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moda sostenibile inclusiva

PRISM: la moda sostenibile che crea inclusione

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Giovanni Lucchesi con i sarti

Ci sono storie di sostenibilità che nascono da un business plan.
E poi ce ne sono altre che nascono molto prima, in luoghi lontani, quando ancora non hanno un nome, né una forma precisa. Prism appartiene a questa seconda categoria.

Prima di essere un laboratorio sartoriale, Prism è stata una traiettoria umana. Quella di Giovanni Lucchesi, fondatore e centro propulsore dell’azienda, che per anni ha vissuto e lavorato come volontario ed educatore in contesti complessi: Zambia, Kenya, Cina. Esperienze che non lasciano spazio alle semplificazioni e che rendono impossibile accontentarsi di parole come “impatto” o “inclusione” se non sono sostenute da fatti.

In Zambia, in particolare, Giovanni entra in contatto con una realtà di una potenzialità enorme, fatta di persone, competenze, energia, che resta però ai margini. Non per mancanza di talento, ma per assenza di strumenti. È lì che matura una convinzione destinata a diventare fondativa: senza lavoro vero, non esiste inclusione reale.

La tornanza

Tornato in Europa, Giovanni sceglie di non proseguire lungo la strada classica della cooperazione internazionale. Non per rifiuto, ma per lucidità. Troppe volte l’impatto resta intrappolato in meccanismi lenti, dipendenti da bandi, donors, rendicontazioni. Prism nasce da un desiderio diverso: agire, con l’agilità dell’impresa, ma senza rinunciare a una visione etica forte.

La domanda diventa allora: è possibile creare un’impresa che stia sul mercato, paghi stipendi e tasse, e allo stesso tempo metta al centro le persone più fragili?
Prism è la risposta a quella domanda.

Un modello che parte dalle mani

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L’ambito scelto non è casuale. La moda è uno dei settori più inquinanti al mondo, dominato dalla sovrapproduzione e dallo spreco sistematico. Ma è anche un settore profondamente umano, fatto di mani e di gesti ripetuti.

Prism entra qui, nel punto esatto in cui il sistema mostra le sue crepe. Non creando nuovi capi, ma lavorando su ciò che già esiste. Riparare, trasformare, adattare: azioni semplici, quasi controintuitive in un’epoca che invita a buttare e ricomprare.

Nel laboratorio di Prism arrivano capi con una zip rotta, un orlo saltato, una taglia sbagliata. Oggetti che il sistema considera finiti. Per Prism sono solo all’inizio.

Riparare come gesto culturale

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La riparazione è molto più di un servizio. È una presa di posizione. Significa rallentare, riconoscere valore a ciò che già possediamo. Prism collabora con diversi brand e sta aprendo anche ai privati, con l’idea di rendere la riparazione un gesto quotidiano, semplice, accessibile. Ogni capo che torna a essere indossato è un rifiuto in meno. Ma è anche, e soprattutto, un lavoro in più per chi lo ripara.

Trasformare lo scarto in possibilità

C’è poi l’upcycling, che affronta il nodo più doloroso dell’industria della moda: l’invenduto. Tonnellate di capi perfetti, mai indossati, destinati allo smaltimento. Prism li recupera e li ripensa, in collaborazione con i brand e con il mondo della ricerca. Una vestaglia diventa un pantalone da pigiama, un capo inutilizzato trova una nuova forma e torna sugli scaffali. Non è un’operazione estetica, ma un cambio di paradigma: lo scarto come risorsa.

Quando un vestito diventa relazione

La personalizzazione chiude il cerchio. Un capo basico, modificato, ricamato, adattato, smette di essere anonimo. Diventa personale. E ciò che è personale difficilmente viene abbandonato. È anche così che si combatte lo spreco: creando legami emotivi, non solo prodotti.

Impresa, senza alibi

Prism è una SRL Società Benefit. Non una no profit, non una cooperativa sociale. Una scelta precisa, voluta. Qui si lavora secondo le regole del mercato, ma con un’idea diversa di successo. Il profitto non è il fine, ma il mezzo per garantire stabilità, dignità, continuità. Un modello che dimostra che il sociale non è un’eccezione, ma può essere una componente strutturale dell’impresa.

La restanza

Nel laboratorio di Prism convivono lingue e storie diverse: arabo, bengalese, afghano, pakistano, maliano, georgiano. Spesso non esiste una lingua comune, ma esiste quella universale del lavoro condiviso. La sartoria diventa spazio di integrazione concreta, quotidiana. E non è semplice. Ma il dato che più racconta questa realtà è silenzioso: zero turnover: chi entra, resta, forse perché si sente parte di qualcosa che ha senso.

Crescere senza perdere il centro

Oggi Prism cresce, lavora con partner strutturati, amplia i suoi servizi. Ma la sfida più grande resta la stessa: non perdere il centro. Continuare a mettere le persone prima dei numeri, il senso prima della scala. Forse Prism non salverà il mondo, ma  dimostra, ogni giorno, che un altro modo di fare impresa è possibile, a partire da ciò – e da chi – il sistema tende a scartare.

prismofficial.it

Tutte le fotografie sono state fornite dall’Ufficio Stampa di Prism.

Giornalista e Photoeditor, ho iniziato a lavorare nelle riviste di viaggio molti anni fa, ed è stato subito amore! Mi sono poi interessata di benessere ed ecologia e ho sommato queste passioni nella mia creatura: Ecoturismonline. Vivo tra Milano e la campagna toscana.

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