Marsala e Mozia: viaggio lento nella Sicilia autentica

© Archivio Saline Ettore e Infersa
Il vento arriva da nord-ovest, deciso, e porta con sé un odore di salmastro che si attacca alla pelle prima ancora che ai vestiti. Siamo tra Marsala, Paceco e Trapani, nell’angolo più occidentale della Sicilia, dove il paesaggio si è arreso da millenni a un patto semplice: l’uomo lavora l’acqua del mare, e il mare gli restituisce il sale. Un sale così buono da meritarsi l’Indicazione Geografica Protetta riconosciuta a livello europeo, per un ingrediente che di solito diamo per scontato tra un giro di macinino e l’altro.
Tra Capo San Teodoro e Capo Boeo si allarga la Riserva Naturale Orientata Isole dello Stagnone, la laguna più grande della Sicilia: un mosaico d’acqua bassa e isole che sembrano appoggiate lì. C’è Mozia, o isola di San Pantaleo, che da millenni veglia silenziosa tra archeologia e bruma marina. C’è l’Isola Grande (o Isola Lunga), che fa da diga naturale verso il mare aperto. E poi Schola, Santa Maria, e le saline costiere di San Teodoro, Genna, Ettore e Infersa. Poco più in là, contro un blu che pare dipinto con convinzione, si stagliano le Isole Egadi: Favignana, Levanzo e Marettimo, più gli isolotti di Formica e Maraone, cuore della più vasta riserva marina del Mediterraneo.
Pista ciclabile

E se il panorama volete godervelo pedalando, invece che a passo lento, la ciclabile dello Stagnone di Marsala fa proprio al caso vostro: circa 7,6 km pianeggianti, ben segnalati, a doppio senso di marcia, con tanto di aree di sosta pensate apposta per chi, ogni tanto, ha bisogno di fermarsi a fissare le isole sullo sfondo. Il tratto corre da Villa Genna fino a Birgi Nivaloro ed è la misura perfetta per chi vuole muoversi senza strafare. Ma se le due ruote sono una vera passione, e non vi bastano mai, si può allungare il tragitto da Marsala fino a Mazara del Vallo, per un totale di 27,44 km. Qui, però, un consiglio da amica: un tratto del percorso si snoda su strada provinciale; quindi, occhi ben aperti e prudenza in tasca, insieme al binocolo per i fenicotteri.
Le saline Ettore e Infersa
Io mi sono fermata alle saline Ettore e Infersa, dove la terra trascende in uno specchio d’acqua. Nelle ore giuste (tardo pomeriggio, col sole che scende obliquo) il mare si accende di rosa, di bianco, di dorato, e il confine tra cielo e laguna si sfalda in un modo che fa sembrare tutto leggermente sospeso, come se anche la fisica avesse deciso di prendersi una pausa.
A dominare la scena, un mulino a vento a sei pale del Cinquecento: un tempo pompava acqua e macinava il sale, oggi è archeologia industriale restaurata, visitabile, e resta il punto di riferimento visivo di tutta la riserva. Intorno, canali silenziosi e cumuli di sale che, nella luce giusta, sembrano dune spuntate in un deserto luminosissimo.
Camminare tra le vasche è un esercizio di rallentamento forzato. Il silenzio si ascolta, letteralmente. I bacini si susseguono come quadri astratti messi in fila da un pittore ossessionato dalla geometria, e l’odore salmastro punge le narici con una franchezza quasi commovente. È il genere di posto che riconnette all’essenziale: bellezza del lavoro lento, natura che si fa cultura, basta guardarsi intorno.

Ingranaggio dell’antico mulino a vento delle Saline Ettore Infersa (gentile concessione SEI)
Il rito della cavadura
La raccolta del sale, qui, è un rito che si tramanda da prima che esistessero i calendari come li intendiamo noi: lo praticavano già Fenici e Romani, più tardi gli Arabi. Il sale non si estrae, si coltiva, proprio come l’uva per il vino, con pazienza, cura, e una totale sottomissione ai capricci del meteo.
Il meccanismo, in sé, è di una semplicità disarmante: l’acqua di mare viene incanalata a mano in una rete di vasche poco profonde, dove evapora lentamente scaldata dal sole e spinta dal vento di nord-ovest. Le vasche, separate da argini in pietra o terra battuta, si riempiono di sale giorno dopo giorno: la natura lavora con la pazienza ostinata di chi non ha fretta di finire.
E quando la salinità tocca il punto perfetto, nei bacini più interni avviene la magia: il sale cristallizza, portando con sé la memoria dell’acqua e della luce che lo hanno fatto nascere.
La raccolta vera e propria, la “cavadura”, va da maggio a settembre. Uomini e donne, con attrezzi che sembrano usciti da un museo etnografico e gesti tramandati di generazione in generazione, ammucchiano i cristalli in piramidi bianche che paiono sculture temporanee, destinate a sparire con la prossima raccolta. In certe mattine, quando l’aria è immobile e la superficie dell’acqua è un velo sottilissimo, si raccoglie a mano il fior di sale: una rarità preziosa quanto il più delicato dei vini passiti, e altrettanto difficile da spiegare a chi non l’ha mai assaggiata.
Il sale di Marsala è integrale, non raffinato, e conserva magnesio, potassio, calcio, tutto quello che un sale industriale toglie per pura efficienza. Sa di mare, certo, ma anche di terra, perché nasce da entrambi. È identità, è paesaggio, è un mestiere antico che oggi, grazie alla tutela ambientale e a un turismo finalmente più consapevole, vive una seconda giovinezza.

© Archivio Saline Ettore e Infersa
E non finisce qui: le acque della laguna ospitano una fauna ricchissima e numerose specie di uccelli migratori – fenicotteri rosa che sfilano come dive, cavalierini d’Italia sulle zampe filiformi, garzette candide e aironi cinerini immobili come sentinelle – trovano qui un punto di sosta e nidificazione tra i più importanti della regione. E se capitate al tramonto, dalla terrazza del bistrot Mamma Caura, affacciata sulla laguna, assisterete a uno spettacolo di colori che vale la sosta anche solo per un bicchiere: il sale si tinge di rosa, il mare di blu cobalto, e per un attimo tutto sembra fermo.
Lo spettacolo, specialmente a fine estate e in primavera, si gode anche passeggiando lungo gli argini delle saline armati di teleobiettivo, per chi preferisce trasformare la passeggiata in un piccolo safari fotografico. Le Saline Ettore e Infersa, del resto, si trovano nel cuore della Riserva Naturale, e la famiglia D’Alì le custodisce da generazioni con la cura di chi sa di avere in mano un pezzo di storia. È il “saliturismo” parola che rende benissimo l’idea di camminare tra le vasche dove nasce il sale per conoscerne origini e lavorazione. E se non bastasse, l’area dialoga a distanza ravvicinata con l’Oasi WWF delle Saline di Trapani e Paceco, quasi che le due si fossero messe d’accordo per non lasciarsi sfuggire nessun visitatore appassionato di ali e paesaggi salmastri
Dopo aver attraversato le saline, resta la sensazione di aver toccato qualcosa che resiste al tempo, regalandoci meraviglie inattese.
Mozia e Whitaker: storia e archeologia sull’acqua
Dall’imbarcadero vicino si prende la barca per raggiungere Mozia in pochi minuti: un tragitto breve che, complice il silenzio della laguna, diventa già parte dell’esperienza. Quest’isola di poco più di quaranta ettari racchiude un capitolo intero della storia mediterranea, un racconto di commerci, culture e civiltà che si intrecciano senza mai sciogliersi del tutto.
Diodoro Siculo, storico greco mai avaro di elogi, descriveva Mozia come una città di grande eleganza e bellezza, resa tale dal benessere dei suoi abitanti. Un indirizzo di prestigio, insomma, già nel V secolo a.C., quando la città, fondata dai Fenici tra il IX e l’VIII secolo a.C., toccò il suo massimo splendore, occupando l’intera isola.
A proteggerla, una cinta muraria imponente con porte monumentali, e una chicca di ingegneria fenicia che ancora oggi lascia a bocca aperta: una strada costruita attraverso la laguna, nel punto meno profondo dello Stagnone, che collegava l’isola alla terraferma permettendo il trasporto di cibo, materiali da costruzione e – possiamo immaginarlo – anche qualche pettegolezzo tra mercanti di passaggio.

Foto da Fondazione Whitaker
Mozia divenne rapidamente un emporio commerciale di primaria importanza, un avamposto strategico tra Oriente e Occidente. I mercanti di Tiro la scelsero per la sua posizione quasi perfetta: abbastanza distante dalla costa da risultare difendibile, abbastanza vicina da controllare le rotte che solcavano il Mediterraneo. Passeggiando oggi tra il profumo di timo e rosmarino, si percepisce ancora, se avete voglia di ascoltare, l’eco di una civiltà raffinata.
Il cuore dell’isola è il Museo Whitaker, nato dalla passione dell’archeologo inglese Joseph Whitaker, la cui famiglia aveva ramificazioni in tutta la Sicilia, e che ai primi del Novecento acquistò l’isola avviandone l’esplorazione sistematica. Oggi Mozia è proprietà della Fondazione Whitaker e sotto la tutela della Soprintendenza di Palermo. Il museo custodisce reperti di straordinaria bellezza: ceramiche, gioielli, amuleti, tutti trovati sulla piccola isola, testimonianza dell’eclettismo culturale moziese. E poi, naturalmente, lui: il celeberrimo Giovane di Mozia, scultura greca in marmo di Paro del V secolo a.C., scoperta nel 1979, che incanta ancora oggi per l’enigmatica bellezza del volto e per un panneggio che sembra danzare attorno al corpo del giovane raffigurato.
Non lontano dal museo si estende il Tofet, l’area sacra dove i moziesi seppellivano in urne i resti cremati dei loro bambini, offerti alle divinità nei momenti di maggior pericolo. Un luogo che pesa, e che racconta la profondità religiosa, a tratti spietata, di questo popolo.
Proseguendo, si incontra la Kothon, una piscina artificiale dalla forma perfettamente rettangolare: per anni ritenuta un bacino portuale interno, oggi gli studi più recenti la identificano come una piscina sacra, legata ai culti acquatici tipici della religiosità fenicia. Le certezze archeologiche, a volte, hanno vita breve.
La storia di Mozia si interruppe bruscamente nel 397 a.C., quando il tiranno siracusano Dionisio I espugnò e distrusse la città. I sopravvissuti si rifugiarono sulla terraferma, fondando Lilibeo, l’odierna Marsala. Ma l’isola non venne mai completamente abbandonata: vigneti e saline hanno continuato a prosperare nei secoli, in un dialogo ininterrotto tra uomo e natura che dura ancora oggi. Mozia si offre così al visitatore come un unicum: un’isola-museo dove archeologia e natura si fondono e dove tra agosto e settembre si raccoglie l’uva Grillo, il vitigno che dà uno dei bianchi siciliani DOC più identitari del territorio.
Un viaggio che si può fare senza spendere una fortuna

© Archivio Saline Ettore e Infersa
Chi arriva qui aspettandosi il solito pacchetto turistico resterà spiazzato, nel modo migliore possibile. Lo Stagnone è una riserva naturale, e questo significa una cosa molto concreta: le imbarcazioni a motore, tranne qualche eccezione, non sono ammesse all’interno della laguna, come d’altronde la pesca con le reti. Il che è una delle notizie più belle che si possano ricevere prima di partire, perché significa silenzio, acqua bassa e trasparente, e un ecosistema che si è potuto permettere di restare quasi intatto.
Per il collegamento storico verso Mozia e verso le altre isole, o per un tour nella laguna dello Stagnone, il riferimento resta l’imbarcadero di Arini e Pugliese attivo da generazioni sulla tratta.
Il sale, quello vero, si può comprare dove nasce: la Bottega del Sale dentro il Mulino d’Infersa vende fior di sale e cristalli di salina raccolti a mano a pochi metri da dove li vedrete ammucchiati in piramidi bianche, un acquisto che sostiene direttamente il lavoro dei salinai.
Per mangiare, la parola d’ordine qui è “pescato del giorno” e prodotti di territorio, quasi sempre a un prezzo onesto. Sireno Mozia, affacciato sulle saline nel cuore della riserva, lavora su cucina meridionale e pizze con farine di grani antichi siciliani; in centro a Marsala, la Trattoria da Pino e l’Osteria il Gallo e l’Innamorata restano riferimenti solidi per busiate al pesto trapanese e cous cous di pesce, senza il conto salato di certi locali più patinati.
Per dormire, due indirizzi che uniscono sostenibilità reale e budget contenuto: Villa Licari Stagnone, B&B ristrutturato con attenzione all’ecosostenibilità immerso nella riserva, e La Portazza, baglio storico con cucina locale a chilometro zero certificata Ecolabel. Entrambe strutture piccole, familiari, ben lontane dai grandi resort che spesso affollano le coste siciliane.
E per chi vuole andare oltre il Marsala da enoteca turistica, vale la pena cercare le cantine più piccole della zona: per esempio, Curatolo Arini, a due passi dallo Stagnone, o la storica cantina di Marco De Bartoli a Samperi, tra i primi a puntare su un Marsala e un Grillo di qualità lontani dagli eccessi industriali del passato.
Quando andare
Le Saline Ettore Infersa sono aperte tutto l’anno, con orari che variano secondo la stagione. Il periodo migliore per godere appieno l’atmosfera delle saline va da giugno a settembre, quando la cavadura è nel vivo.
Come arrivare
Da Trapani–Aeroporto Birgi: strada provinciale costiera S.P.21 in direzione Marsala (4 km), seguendo le indicazioni per “Saline e Mulini” – Mothia e Riserva Naturale dello Stagnone.
Da Marsala: S.P.21 in direzione Trapani (7 km). In contrada Spagnola, seguire le indicazioni per “Saline e Mulini” – Mothia e Riserva Naturale dello Stagnone.
Contatti e prenotazioni Saline Ettore Infersa
SEI – Saline Ettore e Infersa
Isola Grande – Stagnone di Marsala
Contrada Ettore Infersa SNC – Marsala
isolalunga@seisaline.it
Tel. +39 0923 733003 — Mob. +39 344 0193 4247
Contatti per Mozia
Museo G. Whitaker – Isola di Mozia, Marsala (TP)
Soprintendenza BB.CC.AA. Trapani
Via Garibaldi 95, Trapani
Tel. +39 0923 808111
Fondazione Whitaker
Via Dante 167, 90141 Palermo
Tel. +39 091 6820522
Traversata per Mozia
Imbarcadero storico Arini e Pugliese
Sale a chilometro quasi zero
Bottega del Sale, Mulino d’Infersa
www.seisaline.it/la-bottega-del-sale
Dove dormire (piccole strutture eco-consapevoli)
Villa Licari Stagnone
La Portazza Resort
Dove mangiare cucina locale
Sireno Mozia
Contrada Spagnola 228, Marsala
Trattoria da Pino, Via San Lorenzo 27, Marsala
Osteria il Gallo e l’Innamorata, Via Stefano Bilardello 18, Marsala
osteriailgalloelinnamorata.com

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