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Il Grande Cretto: Gibellina nella memoria

Il Grande Cretto di Alberto Burri – Gibellina © Maddalena Stendardi

Il Grande Cretto è la più grande opera di land art d’Europa: iniziata nel 1983, conclusa nel 2015, e ancora oggi capace di mettere in pausa chiunque arrivi fin qui. Sotto quella colata di cemento bianco ci sono le macerie, compattate e armate, di Gibellina, paese agricolo della valle del Belìce, distrutta dal terremoto del 1968.

Il Cretto è una nuova identità ricostruita nell’arte. Alberto Burri, medico diventato artista, conosceva la materia del dolore prima ancora di quella dell’arte. Le sue opere parlano di piaghe, combustioni, cicatrici. Quando si trovò davanti alle rovine di Gibellina, capì che non serviva ricostruire: serviva dare forma all’assenza. L’idea era radicale, quasi spiazzante nella sua semplicità: colare un manto di cemento bianco come un sudario sulle macerie, mantenendo intatto il disegno delle strade originarie, trasformandole in “cretti”, fratture geometriche percorribili. Una cicatrice gigantesca, visibile dal cielo, che non nasconde la ferita ma le restituisce dignità.

Il Grande Cretto di Alberto Burri – Gibellina © Maddalena Stendardi

Arrivare a Gibellina Vecchia è come avvicinarsi a un confine sottile, uno di quelli che non trovi segnati ma che senti chiaramente. La presenza umana si rarefa, il paesaggio trattiene il respiro. La strada serpeggia tra le colline, lascia alle spalle il ritmo abitato della Sicilia occidentale e si inoltra in un territorio sospeso, dove il tempo ha una densità diversa. È qui che, all’improvviso, appare il bianco: una distesa compatta e luminosa che attraversa il paesaggio come un’apparizione.

Arrivano da ogni parte: studenti di architettura in cerca di risposte più che di forme, fotografi attratti dalle geometrie assolute, viaggiatori lenti che seguono il richiamo del silenzio. Alcuni camminano piano, altri si fermano per ore. Nessuno, curiosamente, sembra avere fretta.

Il Cretto emerge dalla terra con la calma severa delle cose definitive. Non chiede attenzione: la impone. Prima di entrarci si avverte una soglia invisibile, il punto esatto in cui la città scomparsa sembra trattenere ancora un’eco. Poi, come un sipario che si apre con discrezione, arriva il silenzio.

Un silenzio denso, che annulla i rumori del mondo senza mai diventare vuoto. È memoria che respira sotto la superficie. Ci si ferma, inevitabilmente, perché quel bianco assoluto incastrato tra cielo e terra reclama rispetto. L’occhio si abitua alla luce, la mente rallenta, il corpo recupera un’attenzione primordiale. Anche il tempo, qui, sembra accettare di fare un passo indietro.

Da questo punto in poi, tutto comincia. Il cammino dentro il Cretto è ancora davanti, ma è già chiaro che questo luogo è un passaggio. Un varco dove finisce la campagna e comincia un silenzio che costringe a guardare più a fondo. E nella sua immobilità, promette una storia che non si può raccontare in fretta. Concedersi tempo, qui, non è un consiglio: è una condizione.

La ferita del Belìce: memoria che non si cancella

Modello del centro storico di Gibellina presso il MAC © Maddalena Stendardi

Nel gennaio del 1968 il Belìce smise di essere ciò che era. La terra tremò per pochi secondi, ma l’effetto durò anni: case sbriciolate, strade inghiottite, vite sospese tra un “prima” e un “dopo”. Gibellina fu tra le città più colpite: abbandonata, poi ricostruita altrove, a circa venti chilometri di distanza. La ferita, però, non si è mai davvero rimarginata.

La ricostruzione procedette senza ascoltare fino in fondo la voce del territorio, lontana anni luce dal suo genius loci. Di fronte a ritardi, promesse disattese e a un progetto che faticava a diventare vita, nacque un gesto tanto coraggioso quanto necessario.

Modello di Gibellina con il Grande Cretto © Maddalena Stendardi

Nel 1969 Ludovico Corrao, appena eletto sindaco, insieme a Leonardo Sciascia e Renato Guttuso, lanciò un appello accorato. Nella notte del 15 gennaio 1970 convocarono, tra le macerie di Gibellina, alcuni dei più autorevoli artisti, scrittori e intellettuali italiani: Cesare Zavattini, Carlo Levi, Damiano Damiani, Corrado Cagli, Bruno Caruso, Gianbecchina, Sergio Zavoli, Ernesto Treccani, solo per citarne alcuni.

E in quella notte, illuminata dalla fiaccolata dei cittadini che avanzavano tra i resti della loro città, Guttuso fissò sulla tela, ora esposta al MAC di Gibellina, il dolore vivo di un popolo. Fu un atto di denuncia collettivo, una richiesta d’aiuto che trasformò il trauma in consapevolezza.

Da lì prese forma la visione di Corrao, la sua “utopia possibile”. Nel tempo Gibellina si sarebbe trasformata in un museo a cielo aperto, grazie alla generosità di artisti come Pietro Consagra, Ludovico Quaroni, Mimmo Palladino, Arnaldo Pomodoro, Mario Schifano, Carla Accardi, Andrea Cascella, Giuseppe Uncini, Franco Angeli, Giulio Turcato, Fausto Melotti, Francesco Venezia, Franco Purini, Alberto Burri e molti altri.

Montagna di sale Mimmo Palladino © Maddalena Stendardi

Oggi Gibellina è l’erede vivente di quell’utopia della seconda metà del Novecento. Un laboratorio antropologico e artistico unico, che dimostra come arte e bellezza possano diventare strumenti di rinascita, senza mai addomesticare la tragedia. Nel Baglio di Stefano, ricostruito dopo il terremoto, il Museo delle Trame Mediterranee, fondato da Ludovico Corrao nel 1996, raccoglie opere di artisti e artigiani e si propone come luogo di incontro, riflessione e sperimentazione sulle produzioni artistiche euromediterranee. E il Barriques Museum con le Cantine Ermes, una delle più importanti realtà vitivinicole siciliane, è un museo di arte contemporanea permanente all’interno di una barricaia.

Chiesa Madre di Ludovico Quaroni, Luisa Anversa a Gibellina © Maddalena Stendardi

Anche il MAC, Museo di Arte Contemporanea, custodisce oltre duemila opere, tra cui la sala dedicata a Mario Schifano con uno dei suoi cicli pittorici più intensi: Il ciclo della natura, dieci grandi tele realizzate a Gibellina nella primavera del 1984. E tutta Gibellina Nuova è ricca di opere e installazioni artistiche.

Il Cretto resta lì. Immobile, eppure vivo. Un labirinto che non ha alcuna intenzione di confonderti: semmai, di riportarti a te stesso. Parla attraverso la sua stessa esistenza, ricordando che la memoria non è un peso, ma una radice. Gibellina Vecchia non c’è più, ma il suo spirito continua a risuonare in quel bianco senza tempo, in un’opera che ha trasformato una tragedia in un gesto di profonda, ostinata umanità.

Perché il Cretto è un’esperienza di turismo consapevole

Visitare il Grande Cretto non è “fare una tappa”, ma accettare un ritmo diverso. Qui non si collezionano immagini: si cammina lentamente, si ascolta il silenzio, si entra in relazione con la storia di un luogo. È un esempio potente di turismo culturale sostenibile, dove il paesaggio non intrattiene ma interroga, e la memoria diventa parte dell’esperienza di viaggio.

Giornalista e Photoeditor, ho iniziato a lavorare nelle riviste di viaggio molti anni fa, ed è stato subito amore! Mi sono poi interessata di benessere ed ecologia e ho sommato queste passioni nella mia creatura: Ecoturismonline. Vivo tra Milano e la campagna toscana.

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