Salento

 

Scopri la Milano che respira, cresce e si rigenera. Una città fatta di giardini segreti, orti condivisi, architetture sostenibili e progetti che mettono al centro la persona e l’ambiente.

Il Quadrilatero del Silenzio: la Milano che sussurra

quadrilatero del silenzioi

Corso Venezia, a Milano, divide due mondi che si toccano di gomito ma non si parlano. Da un lato il chiasso educato del lusso: vetrine di stilisti che il mondo intero conosce a memoria, hotel a cinque stelle, tavoli sempre pieni nel cuore del Quadrilatero della Moda, tra via della Spiga, via Montenapoleone, via Manzoni e lo stesso corso Venezia. Dall’altro lato, a un semaforo di distanza, il lusso vero, quello che a Milano sembra quasi più raro delle vetrine: l’appellato Quadrilatero del Silenzio, dove il traffico arriva ovattato come attraverso un vetro doppio e dove per un secolo si sono rifugiati scrittori, artisti, nobili e alta borghesia in cerca di un po’ di pace.

Tra via Mozart, via Serbelloni, via Cappuccini e via Vivaio, milanesi e turisti passeggiano con un’andatura che altrove in città sarebbe quasi sospetta: lenta, curiosa, senza l’ansia di dover essere da qualche parte tra dieci minuti. Ci si arriva comodamente con la fermata Palestro della linea rossa M1 e, lo dico da subito, non costa un euro.

Un giardino sacrificato e una città che si prende ciò che vuole

Per capire come sia nato questo angolo sospeso bisogna fare un passo indietro fino alla seconda metà del Settecento, quando Palazzo Serbelloni, affacciato su corso Venezia al civico 16, possedeva un giardino tanto vasto da arrivare fino ai bastioni di Porta Venezia. Un parco enorme, di quelli che oggi si vedono solo nei dipinti.

Ma Milano è una città che non sta mai ferma. Verso fine Ottocento l’espansione urbana chiedeva terreno, e il terreno (come oggi) era diventato oro, soprattutto quello. I proprietari del palazzo, nel frattempo passato alla famiglia Sola-Busca, fecero due conti e decisero che un po’ di verde in meno valeva parecchie rendite in più. Fatto sta che nel 1890 una prima fetta di giardino sparì per lasciar posto all’Istituto dei Ciechi, e il colpo più duro arrivò tra il 1907 e il 1926, quando altre porzioni di parco vennero sacrificate per aprire via Serbelloni, via Mozart e via Melegari. Su quello spazio, improvvisamente edificabile, si mise al lavoro l’architetto mantovano Aldo Andreani, firmando in pochi anni alcuni tra gli edifici più stravaganti che Milano abbia mai visto. Di lui, tra poco, ne vedremo parecchi: è l’alchimista di questo quartiere.

Sotto l’arco di Portaluppi verso piazza Duse

L’itinerario ideale parte da un arco che più scenografico non si può: quello del Palazzo della società Buonarroti-Carpaccio-Giotto, all’angolo tra corso Venezia e via Salvini, proprio di fronte ai Giardini Pubblici. Lo firmò negli anni Trenta Piero Portaluppi, tra secessione viennese e Art Déco, con due corpi simmetrici che si fronteggiano e un grande arco a tutto sesto che inghiotte chi passa e lo restituisce dall’altra parte, come un passaggio segreto in pieno centro città. Alzate lo sguardo mentre attraversate: le losanghe scolpite nella volta e i balconcini a stella dell’edificio accanto sono la firma inconfondibile di Portaluppi, lo stesso architetto del Planetario che sta proprio dirimpetto, tra i Giardini Pubblici e il Museo di Storia Naturale.

Usciti dall’arco si sbuca in piazza Eleonora Duse, un piccolo salotto a cielo aperto: quattro palazzi eleganti, ognuno con il proprio carattere, disposti attorno a un’aiuola verde così quieta da sembrare fuori contesto. Qui il rumore di corso Venezia è già un ricordo lontano.

I fenicotteri che nessuno si aspetta

elioenai/Pixabay

Proseguendo verso via Cappuccini si arriva al giardino di Villa Invernizzi. L’ingresso principale resta su corso Venezia, ma è da qui che si intravede il vero spettacolo. La villa fu voluta dal cavaliere Romeo Invernizzi, che amava la campagna, mentre la moglie non voleva saperne di lasciare la città: la casa, con il suo laghetto e il suo giardino curatissimo, è il compromesso perfetto tra i due. E poi, certo, ci sono loro: i fenicotteri rosa.

Arrivarono qui negli anni Settanta, da Cile e Africa, in un’epoca in cui importare animali esotici era ancora possibile. Da allora la Fondazione Invernizzi, erede del cavaliere, ha l’obbligo di mantenere in vita lo stormo, alimentato con gamberi e granchietti proprio per tenere vivo quel colore acceso che altrimenti, con una dieta qualunque, sbiadirebbe. La villa non si visita, ma basta affacciarsi al cancello, e infatti in molti lo fanno, telefono alla mano, per vedere questi uccelli improbabili passeggiare tranquilli in mezzo a Milano, come se fosse la cosa più normale del mondo.

Voltando le spalle al giardino si incontra il primo dei tre Palazzi Berri-Meregalli, firmati da Giulio Ulisse Arata, architetto piacentino cresciuto nell’alveo del Liberty. Quello di via Cappuccini 8, inaugurato nel 1914, è probabilmente l’edificio più eclettico di tutta Milano: mattoni rossi lombardi, gargoyle che spuntano dove meno te li aspetti, mosaici, putti scolpiti e i ferri battuti di Alessandro Mazzucotelli, il fabbro-artista che a Milano ha firmato mezza città Liberty. Ma è l’androne a lasciare senza fiato: la scultura Vittoria di Adolfo Wildt, una testa femminile in marmo lucidissimo con un paio di ali, realizzata tra il 1918 e il 1919 per celebrare la fine della Grande Guerra. Lo dico perché tornerà utile: Wildt, da queste parti, non ha ancora finito di stupire.

Al buio, per imparare a vedere davvero

Proseguendo su via Vivaio, all’angolo con via Cappuccini, si arriva all’Istituto dei Ciechi, fondato per favorire l’integrazione di persone cieche e ipovedenti e progettato a fine Ottocento in stile neoclassico dall’architetto Giuseppe Pirovano. Dal 2005 ospita Dialogo nel Buio, un percorso che più di due milioni di persone hanno già affrontato: in assenza totale di luce, guidati da persone non vedenti, si esplorano ambienti quotidiani affidandosi solo a tatto, udito, olfatto e gusto. Un’ora- poca, in realtà, se paragonata a quanto insegna. Se ne esce con l’idea, molto più chiara di prima, di quanto lavoro richieda una vita senza vista, e di quanto i nostri sensi, normalmente, se ne stiano un po’ pigri ad aspettare che siano gli occhi a fare tutto il lavoro per loro.

La villa con la piscina segreta

In via Mozart 14 si arriva a Villa Necchi Campiglio, oggi Bene del FAI, con tanto di piscina all’aperto e campo da tennis che, negli anni Trenta, dovevano far sembrare quella casa una specie di miraggio californiano nel cuore della Milano borghese. Il progetto porta la firma di Portaluppi, poi passato nel dopoguerra all’architetto Tomaso Buzzi. I Necchi, famiglia pavese ma di vita profondamente milanese, acquistarono la proprietà nel 1935: circa cinquemila metri quadrati di giardino, non affacciato direttamente sulla strada, quasi a voler proteggere quella pace guadagnata.

È l’unica dimora del quartiere che si visita davvero, con gli arredi originali intatti e arricchita nel tempo da collezioni d’arte donate. tra queste, opere che vanno da Picasso a Fontana. Il giardino si può visitare gratuitamente negli orari di apertura, mentre per la casa serve il biglietto. E poi c’è il bistrot, un po’ nascosto alla vista da via Mozart 10, dove più di un milanese va apposta per un pranzo lento all’ombra dei tigli monumentali, certo un lusso rispetto la pausa panino alla scrivania.

Poco più avanti, sempre in via Mozart al civico 9, Villa Zanoletti – nota anche come Villa Mozart – è del 1926 e si presenta ricoperta quasi interamente di edera, come un giardino verticale ante litteram che ha preso possesso della facciata al posto di limitarsi a decorarla. Romantica fino all’eccesso, di quelle case che sembrano uscite da una fiaba un po’ gotica.

L’orecchio che ascolta la città

E qui arriviamo alla chicca che dà il nome informale a tutto il quartiere. In via Serbelloni 10, angolo via Maffei, Aldo Andreani firmò Casa Sola-Busca – in dialetto milanese Cà dell’oregia, la Casa dell’Orecchio – un edificio che, a dirla tutta, non avrebbe nulla di particolarmente memorabile se non fosse per un dettaglio: un enorme orecchio di bronzo accanto al portone, opera di Adolfo Wildt (lo stesso della Vittoria alata vista poco fa, e non a caso i milanesi lo soprannominavano scherzosamente “l’oregiàt”, vi lascio immaginare perché). Quell’orecchio, tra l’altro, era in origine il citofono: pare fosse tra i primissimi installati in città, se non addirittura in Italia, e i proprietari dell’epoca pensarono bene di trasformare un pezzo di tecnologia in un’opera d’arte, cosa che oggi ci sogniamo con i nostri citofoni tecnologici tutto numeri e simboli.

Fu battezzato “l’orecchio del portinaio”, quasi ascoltasse i passi e le chiacchiere di chi camminava in strada. C’è chi dice che il soprannome nascondesse anche una piccola ironia dell’epoca, quando il motto “Taci, il nemico ti ascolta” girava ovunque: un invito a non farsi sfuggire nulla, proprio nel quartiere più silenzioso della città. Oggi il citofono non funziona più, ma la leggenda sì: c’è chi si avvicina, guarda a destra e a sinistra, e sussurra all’orecchio un desiderio. Non si sa mai, appunto.

Il triangolo di cemento e il grattacielo del jazz

Nella breve via Melegari, che collega via Mozart a via Maffei, al civico 5 Andreani firmò anche Villa Rasini, costruita nella seconda metà degli anni Venti su un lotto irregolare – quasi un triangolo con un lato arrotondato – in calcestruzzo e mattoni. È l’opera più lineare, quasi sobria, tra quelle dell’architetto mantovano in zona: ma “sobria” per Andreani è comunque un aggettivo relativo.

Perché poi, allo stesso civico 2 di via Melegari, arriva Palazzo Fidia, nove piani che lasciano davvero senza parole. Costruito tra il 1929 e il 1932, ai milanesi dell’epoca piacque pochissimo, e in effetti è un oggetto strano: elementi rettilinei che si scontrano con curve improvvise, cornici, tettoie, piccole verande, archi, un portone massiccio, un atrio da fare invidia a un palazzo reale e uno scalone elicoidale che sembra uscito da un sogno. Tanto scomposto e teatrale da essere ribattezzato “Jazz architettonico”, e non a caso, qualche decennio dopo, un giovane Michelangelo Antonioni scelse proprio queste facciate per alcune scene del suo primo lungometraggio. Fuori dagli schemi allora, fuori dagli schemi oggi: Palazzo Fidia resta l’ultima sorpresa di una passeggiata che ne ha regalate parecchie.

Come organizzare la visita

Come arrivare: fermata Palestro, linea rossa M1. In alternativa, fermata San Babila (sempre M1) o tram 9, 23, 29, 30 e autobus 54, 61, 94.

Il percorso: un anello a piedi di circa 1,5-2 km, percorribile con calma in un paio d’ore, perfetto anche per una passeggiata post-lavoro o una domenica mattina lenta, senza bisogno di prenotazioni né biglietti per la parte esterna.

Istituto dei Ciechi – Dialogo nel Buio Via Vivaio 7. Prenotazione telefonica sempre obbligatoria (l’ufficio prenotazioni resta chiuso dal 6 luglio al 7 settembre; a partire dal 19 maggio è possibile la pre-prenotazione). Percorso di circa un’ora, consigliato dai 6 anni in su. Presentarsi in biglietteria 30 minuti prima dell’ora scelta.

Villa Necchi Campiglio Via Mozart 14, ingresso caffetteria da via Mozart 10. Aperta da mercoledì a domenica, 10-18 (ultimo ingresso 17:00). Biglietto villa + giardino con audioguida: intero 15 €, ridotto 9 €, gratuito per iscritti FAI e persone con disabilità. Visite guidate solo venerdì, sabato e domenica, 12-14.

Villa Invernizzi (fenicotteri) Giardino visibile dal cancello su via Cappuccini, non visitabile all’interno. Nessun orario da rispettare: basta passare.

Giornalista e Photoeditor, ho iniziato a lavorare nelle riviste di viaggio molti anni fa, ed è stato subito amore! Mi sono poi interessata di benessere ed ecologia e ho sommato queste passioni nella mia creatura: Ecoturismonline. Vivo tra Milano e la campagna toscana.

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