Vi.N.O.S., radici in bottiglia

© Maddalena Stendardi
“Pensiamo che lo sviluppo individuale sia concomitante allo sviluppo collettivo”. È una frase che potresti trovare in un manifesto politico, in un testo di filosofia, o incisa su una trave di legno antico. Invece è l’incipit con cui Vi.NO.S. si presenta al mondo, e già dice tutto.
Vi.NO.S. sta per Vignaioli Nord Ovest Sardegna, sottotitolo: Terra, tradizione e resilienza. Sono dodici vignaioli, amici prima che colleghi, che abitano e lavorano nel territorio delle DOC Alghero e Moscato di Sorsa Sennori e delle IGT Nurra e Romangia. Un angolo di Sardegna che volta le spalle al Continente e che, tra viti e ulivi, è il più coltivato dell’intera Regione. La terra qui è calcarea, battuta dal maestrale con la costanza di chi non ha mai avuto fretta, e le condizioni pedoclimatiche sorridono alla vigna come a una vecchia conoscenza. Meglio di qualsiasi guida, poi, è un bicchiere che racconta questo posto con una intensità ineguagliabile.

Maglietta territori © Maddalena Stendardi
L’associazione è giovane: nata nel 2023, riflette l’età dei suoi componenti. Ha un manifesto che proclama rispetto per l’ambiente e per le persone, un concetto di “vignaiolo” inteso come artigiano della viticoltura, custode etico e sostenibile di un territorio. Tradotto in pratica: minor impatto sull’ambiente, lotta ragionata alle avversità senza diserbo né insetticidi, rispetto reciproco, etica nei confronti del consumatore, condivisione di intenti e formazione continua. Vi.NO.S. è un modello sostenibile con un’ambizione precisa: lasciare alle generazioni future un territorio preservato, non saccheggiato. E poi, voce del capitolo a sé, l’ospitalità e la “cionfra” come forma di scoperta e condivisione.

Vite alberello © Maddalena Stendardi
“Cionfra”, per chi non lo sapesse, significa prendere in giro, sbeffeggiare con affetto. “Facciamo quello che serve, ma divertendoci.” Sono artigiani, imprenditori e amici: lavorano sodo e lanciano battute, sono seri in vigna e leggeri a tavola. Un equilibrio raro e prezioso.
L’associazione ha anche avuto un’idea tanto semplice quanto brillante: le bottiglie DIVINOS, nate dalle uve dei dodici vignaioli per sostenere eventi e iniziative benefiche. Il ricavato di quest’anno va a una borsa di studio per una classe del Liceo Artistico Filippo Figari di Sassari. Quegli stessi ragazzi, con tutto l’entusiasmo del caso, hanno disegnato l’etichetta. Difficile immaginare una storia più circolare.

Etichetta disegnata da ragazzi del liceo artistico Filippo Figari di Sassari © Associazione Vi.N.O.S.
Per farsi conoscere, però, la bontà da sola non basta: bisogna anche saper alzare la voce nel rumore. Per il terzo anno consecutivo, Vi.NO.S. ha organizzato Radizi: cionfra, storia e storie, comunità, radici condivise, collaborazioni. Un evento che permette di immergersi nel territorio e conoscerne gli orizzonti e i gesti di chi lo abita.
Il paesaggio, da queste parti, soffre di un piccolo, irrisolvibile problema: non riesce a scegliere. Un momento sei davanti al mare. Il momento dopo sei tra distese di vigne ad alberello o a guyot. Poi arriva una collina, poi gli scogli, poi un’isola all’orizzonte, poi, quasi per non farsi mancare niente, una torre nuragica. Tutto vero, tutto insieme, tutto lì. Si aggiungono artigiani di lusso nascosti in piccole realtà di paese, che bisogna andarsi a cercare, ma è proprio questo il bello: la scoperta dei tesori. La zona, pur essendo vicinissima a luoghi simbolici come Alghero, Stintino, Castelsardo, Bosa, è nascosta al turismo di massa. Genuina, appunto. Rimanere a bocca aperta è praticamente obbligatorio.

Ciliegie a Bedda Cubas © Maddalena Stendardi
E poi c’è lui, il maestrale. Sempre presente, spesso forte, mai un pomeriggio libero. Soffiando dal mare asciuga le vigne, elimina l’umidità da grappoli e foglie, azzera quasi il rischio di malattie fungine. Un alleato invisibile che riduce al minimo i trattamenti in vigna e che i vignaioli, probabilmente, ringraziano ogni mattina.
Coros
Al centro del Nord Ovest, il Coros è un territorio prevalentemente collinare, adatto alla vite ma anche al carciofo e all’ulivo. Comprende i comuni di Cargeghe, Codrongianus, Florinas, Ittiri, Muros, parte di Olmedo, Ossi, Putifigari, Tissi, Uri, Usini. I suoli sono calcarei, calcareo-argillosi e alluvionali. Lontani dalla costa che mitiga le temperature, con una piovosità medio-bassa, i vitigni trainanti sono il Vermentino e il Cagnulari, affiancati da Cannonau e Pascale di Cagliari. Qui hanno le radici le cantine Carpante, Giuseppe Pocobelli e Tenute Re.DO.

© Maddalena Stendardi
Ma il Coros nasconde molto di più di quanto il calice lasci immaginare. Nel territorio di Usini, visitiamo S’Elighe Entosu, una necropoli neolitica scavata nella roccia viva: sette domus de janas, le “case delle fate” della tradizione popolare, un ipogeo, uno dei tremila cinquecento in Sardegna, concentrati soprattutto nel centro-nord dell’isola, probabilmente legati ad antichi villaggi e luoghi di culto. E qui siamo davanti a uno degli esempi più significativi di architettura funeraria ipogea del Mediterraneo occidentale.
Facciamo conoscenza anche con la Compagnia Barracellare di Usini. I Barracelli sono la più antica forma di polizia d’Europa: citati intorno al 1570-1572, oggi operano volontariamente sul territorio, controllano le discariche, fanno servizio antincendio e supportano carabinieri e forestale ventiquattr’ore su ventiquattro. Una forza dell’ordine rurale, tipica sarda, silenziosa e tenace.

Badde Cubas © Maddalena Stendardi
L’ospitalità del Coros ha un indirizzo: Badde Cubas, che in sardo significa “valle delle botti”. Agriturismo e fattoria didattica, offre ristorazione, passeggiate a cavallo, piscina e pernottamento. Qui si trova anche un pinnettu, il rifugio dei pastori, quello che per secoli ha accolto chi allevava capre e maiali sulle colline. Le abili mani di due signore, con la pazienza di chi conosce il tempo necessario alle cose ben fatte, provano a insegnarci a modellare gli Andarinos, una pasta fresca che poi si mette a seccare al sole o in forno. Veniva preparata per le cerimonie e i matrimoni; oggi rischia di scomparire, perché a produrla artigianalmente è rimasto un solo pastificio. La ricetta è semplice: semola sarda di grano duro, acqua, sale. La tecnica, tutta a mano, lo è molto meno: piccoli cilindri sottili vengono attorcigliati su un vetro smerigliato, formando una sorta di fusilli elicoidali. Sembra un gesto semplice, ma ovvio che non lo è. Provare per credere. L’abbiamo assaggiata in due versioni: con “su ghisadu”, il sugo di pomodoro arricchito da carne di pecora, agnello, maiale, finito con una spolverata di pecorino. E con “sa bagna”, il semplice sugo al pomodoro. In entrambi i casi, il silenzio a tavola era la miglior recensione possibile.
Nurra

Sant’Imbenia © Associazione Vi.N.O.S.
Tra Alghero e Sassari si apre la Nurra, un territorio di colline basse e pianure che porta nel suo suolo molta varietà: argille pesanti, calcare dolomitico, sabbie eoliche, argille ferrose. Il clima è secco, con una media pluviometrica annua di circa 350 mm. Qui regnano il Vermentino, sovrano indiscusso, il Cagnulari e il Cannonau. Le cantine di riferimento di Vi.NO.S. sono Podere 45 e Cantina Carciaghe.
Siamo anche vicini al Parco Naturale Regionale di Porto Conte, che custodisce un patrimonio archeologico di prim’ordine: la Villa Romana, il Nuraghe Palmavera. Ma la nostra visita si concentra al Villaggio Nuragico di Sant’Imbenia, all’interno di una proprietà privata. Un nuraghe e un insieme di capanne in una posizione strategica, accessibile dal mare e ricca di risorse: era un crocevia commerciale, un luogo dove navigatori e mercanti provenienti da tutto il Mediterraneo si incontravano, scambiavano merci e, probabilmente, anche vino. Il cerchio si chiude.
Il Parco ospita anche fauna selvatica con daini e grifoni, questi ultimi a rischio di estinzione, e una flora che alterna ginestre, finocchielle, gigli marini, ginepro e lentisco. E poi, ça va sans dire, un panorama che non ha bisogno di aggettivi: dal belvedere si vedono le Grotte di Nettuno, Capo Caccia, l’isolotto Foradada, l’Isola Piana e le torri saracene di avvistamento sulla baia. Un quadro indimenticabile.

Isolotto Foradada © Maddalena Stendardi
L’Argentiera, dove il piombo incontra il mare
Tra Alghero e Stintino il mare arriva fin quasi alle bocche dei pozzi. Si chiama Argentiera, è una frazione di Sassari, e fino a qualche decennio fa era uno di quei luoghi dove si scavava la terra con ostinazione e metodo, fino a 365 metri sotto il livello del mare, là dove il piombo e lo zinco argentifero si facevano più ricchi e più generosi.

© Associazione Vi.N.O.S.
Era una miniera, ma anche un borgo vero, pensato per chi ci viveva. C’erano l’infermeria e l’asilo, la foresteria e lo spaccio, il cinema e il dopolavoro. La residenza del direttore, la chiesa di Santa Barbara. E poi lei, la grande Laveria in legno pitch-pine, dove il minerale veniva frantumato, selezionato e separato dalla sua parte più nobile attraverso reazioni chimiche. Un processo quasi alchemico.
Nel 1963 la miniera chiuse. La rilevò una società romana e dal 1971 la borgata fu destinata ufficialmente al turismo. Da allora, però, la storia dell’Argentiera è diventata una lunga partita a scacchi tra chi voleva recuperare o costruire e chi poneva vincoli: la legge “salvacoste”, il Piano paesaggistico regionale, il Puc comunale. Accordi firmati, progetti avviati, ostacoli comparsi. Il rilancio della borgata resta, ancora oggi, una questione aperta.
Eppure, qualcosa si muove. Dal dipartimento di Architettura dell’Università di Sassari è nato il MAR, Miniera Argentiera, un progetto portato avanti da LandWorks, struttura operativa dello stesso dipartimento, fondata nel 2011 con una vocazione precisa: workshop internazionali di arte, architettura e paesaggio in luoghi di grande valore storico-ambientale, ma segnati dall’abbandono e dalla fragilità economica e sociale.
La Laveria è stata restaurata dal Comune di Sassari e oggi ospita una mostra permanente. Per almeno quattro quinti dello spazio espositivo ci sono fotografie e oggetti prestati direttamente dagli abitanti della borgata: immagini di lavoro nei pozzi, scene di vita familiare, lampade da galleria, picconi, badili, ceste, vestiario, vecchie pubblicazioni. Materiale d’archivio e memoria viva, raccolta e restituita.
Patrimonio Unesco, parte del Parco Geominerario sardo, museo minerario all’aperto in collaborazione con comunità, enti e istituzioni. Sulla carta, tutto quadra. Nella realtà, tra un contenzioso ancora aperto tra la proprietà e il Comune e i pochi abitanti rimasti, sembra un luogo per ora sospeso tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere. Però dalla spiaggia, bisogna dirlo, si gode di un tramonto perfetto. Che vale già il viaggio.

Argentiera: tramonto © Maddalena Stendardi
Romangia
La Romangia comprende i comuni di Sorso e Sennori e si espande dal Golfo dell’Asinara fino ai 350 metri di altezza. Il paesaggio è segnato dalla fascia olivata più importante della Sardegna, quella che corre da Sorso ad Alghero passando per Sassari e il Coros. Un anfiteatro naturale esposto a nord-ovest, con bacini idrici a scandire il territorio: il più importante è il fiume Silis, che divide la Romangia nei settori occidentale e orientale. I suoli alternano sabbie di origine eolica sulla fascia costiera ad argille, marne e calcare. Il maestrale soffia forte, la salsedine arriva fino a 25 km nell’entroterra. Da questi declivi viene anche il Moscato di Sennori, un prodotto di nicchia che sa esattamente di cosa è fatto il posto in cui nasce. Le aziende della Romangia che fanno parte di Vi.NO.S. sono Azienda Agricola Ruiu, Vini TraMonti, Agreste Natura, Azienda Agricola Leo Conti, Terre di Baquara, Cantina Mario Bagella e Cantina Sorres.

Confraternita del Moscato Sorso-Sennori e Casadinas © Maddalena Stendardi
Anche qui le radici affondano molto più in profondità di quanto l’occhio veda. Dopo aver gustato il Moscato con le casadinas, dolcetti ripieni di formaggio, visitiamo il Pozzo Sacro di Serra Niedda, rinvenuto nel 1985 e risalente tra la fine dell’età del bronzo e l’inizio di quella del ferro: un’area di culto nuragico legato all’acqua, con un tempio a pozzo preceduto da quattordici gradini, una rotonda, una cisterna e un monolite. Questa zona era densamente abitata per la vicinanza al mare e ai corsi d’acqua. I reperti trovati sono oggi esposti al Museo Archeologico Sanna di Sassari.

Pozzo Sacro di Serra Niedda © Maddalena Stendardi
Il filo che non si spezza
Sennori vanta anche la varietà di abiti tradizionali più iconica di tutta la Regione. Entriamo nel Laboratorio Artigianale Piroddu, dove i fratelli Giuseppe e Luca creano, restaurano e vendono abiti tradizionali e costumi sardi, con un’arte tramandata dal padre e dalla nonna. Collaborano con Maison di moda per alcune collezioni, con una cattedra dello IED di Milano, con produzioni cinematografiche e teatrali mondiali, con il Museo Sanna per il restauro di manufatti. Tra sete, broccati, velluti, nastri e fazzoletti, ascoltiamo la loro storia.

Capolavori del Laboratorio Piroddu © Associazione Vi.N.O.S.
Ogni capo nasce da un lavoro di ricerca culturale e antropologica: le tecniche sono tradizionali, ma un po’ rinnovate, come si conviene a chi rispetta il passato senza esserne prigioniero. L’abito di gala femminile veniva realizzato quando le donne erano ancora bambine, in funzione di matrimoni e sepolture. Il primo pezzo è la camicia sbiancata e inamidata. Poi il corpino in velluto di seta, dove la vera difficoltà del ricamo sta nelle sfumature, non solo nella perfezione del gesto. Poi il busto rigido, la gonna in panno di lana plissettata, il grembiule, il copricapo. L’abito maschile, più sobrio ma ugualmente preciso, era di base una camicia bianca e pantaloni neri. Un costume completo di Sennori può arrivare a costare quindicimila euro, senza contare i gioielli. L’azienda ha promosso tirocini e percorsi di inserimento lavorativo per persone con disabilità, per imparare le antiche tecniche del ricamo e della sartoria artigianale: un modo di custodire anche le persone.

Laboratorio Piroddu: al lavoro © Maddalena Stendardi
A pochi chilometri da Sennori si trova la bianca Chiesa campestre di San Giovanni, al quale si chiedono le grazie con una certa insistenza: pare ne conceda più del patrono San Basilio, e la fama è costruita su basi solide. A giugno vi si svolgono tre giorni di festa con una processione nota in tutta la Sardegna per la sfilata in costume e a cavallo.

Un tagliere che non ha bisogno di presentazioni © Associazione Vi.N.O.S.
Nella spianata accanto, invece, ci aspetta un banchetto con alcune bontà tipiche, preparato dal catering di Margot Caffetteria di Sennori. Salsiccia Sennorese, bischottu ipparraddu di Sorso, mini panadas di verdura e carne, formaggi osilesi e confetture, Pane moddine con asparagi e uova; Cururgiones fritti, Zimino (le interiora) alla brace, nachos di spianata, fave e menta, lumache in verde e, per finire, il morbido torrone di Su Turrone, che produce questo dolce di miele e mandorle dal 1950. Alcune cose non si cambiano perché non ce n’è bisogno.
L’anima di Sassari
Ed eccoci nel capoluogo, Sassari, anticamente Tathari. Un piccolo itinerario alla sua scoperta parte da Palazzo Ducale, sede attuale del Municipio, con un percorso sulla passerella sospesa sopra le cantine e tra le stanze della famiglia di Don Antonio Manca che lo fece costruire quando ottenne, nel 1755, il titolo di Duca dell’Asinara. Dalla terrazza in cima si vedono la cattedrale, il complesso gesuitico dove nel 1562 nacque la prima sede universitaria della Sardegna, Pianosa e Capo Caccia. La vista tiene insieme il vicino e il lontano, senza perdere niente per strada.
La cattedrale di San Nicola, in Piazza Duomo, ha una facciata che sembra un retablo in stile barocco: una stratificazione di epoche, e il campanile è ciò che resta della precedente pieve romanica, a sua volta costruita su un edificio paleocristiano. Tre civiltà impilate.

Fontana del Rosello © Maddalena Stendardi
La Fontana del Rosello, datata 1605-1606, è una meraviglia che ha persino guadagnato un francobollo nel 1975. Due cassoni sovrapposti in marmo bianco e grigio, dodici bocche dalle quali sgorga l’acqua, i cantaros che scandiscono il tempo che scorre, e quattro statue delle stagioni a fare la guardia tutt’intorno. Le sue forme tardo-rinascimentali erano qualcosa di mai visto da queste parti, e ancora oggi, in tutta la Sardegna, niente di simile esiste. Peccato solo per il ponte di epoca fascista che la sovrasta e che, con tutta la buona volontà, un po’ rovina la scena. Si arriva in Piazza Castello che prende il nome dal castello aragonese, abbattuto nel 1878 per fare spazio alla città che cresceva: restano poche rovine, protette da una struttura di metallo e vetro nella piazza e nei sotterranei del Palazzo della Provincia. Piazza d’Italia è il salotto buono, realizzata a partire dal 1872: su di lei si affacciano il Palazzo Provinciale e il Palazzo Giordano in stile neogotico. E poi Piazza Tola, la seconda per importanza in città.

Trattoria L’Assassino – Sassari© Associazione Vi. N.O.S.
La giornata si chiude in bellezza nella Trattoria L’Assassino con specialità sassaresi: ricotte, formaggi e salumi, fave con lardo, melanzane alla sassarese, lumache, ravioli al sugo e maialetto arrosto. Il tutto innaffiato di vino, com’è giusto che sia.
La Masterclass: dodici calici, dodici storie
Infine, nell’Infermeria di Sassari, che un tempo raccoglieva malati e bisognosi e che oggi ha trovato una seconda vita più allegra, si è tenuta la Masterclass I vini del Nord Ovest. Ogni calice era accompagnato dall’ascolto di una canzone, una selezione curata dal giornalista Maurizio Pratelli. Un’esperienza nuova, almeno per chi scrive: il vino e la musica che si commentano a vicenda, senza che nessuno dei due sopraffaccia l’altro.
I protagonisti erano i vini dei dodici vignaioli di Vi.NO.S., uno per azienda, ciascuno portatore di un pezzo di quel territorio che abbiamo appena attraversato.

Masterclass I vini del Nord Ovest © Associazione Vi. N.O.S.
Dalla Nurra sono arrivati l’Alghero Bianco 2024 di Podere 45, Vermentino pulito e diretto come il maestrale che lo ha cresciuto, e lo Zirra 2024 di Cantina Cargiaghe, Vermentino anch’esso, che sa di salsedine e pietra calcarea.
Dal Coros, il Frinas 2024 di Carpante, Vermentino di Sardegna che porta con sé la freschezza delle colline interne; poi il Tadija 2024 di Giuseppe Pocobelli, Cagnulari dell’Isola dei Nuraghi, vitigno autoctono che qui trova il suo terreno d’elezione; e infine l’Ultima Goccia 2024 di Tenute Re.DO, un blend di Cagnulari, Pascale e Sangiovese che racconta la complessità di un territorio che non ama le semplificazioni.
Dalla Romangia, il caleidoscopio si allarga. Il Deruiu Bianco 2025 dell’Azienda Agricola Ruiu assembla Vermentino, Pascale e Cannonau in bianco con una disinvoltura che sorprende. Il Vermentino 2024 di Vini TraMonti è nitido, verticale, fedele alla varietà. Il Fraigu 2024 di Agreste Natura mette insieme Vermentino, Moscato e Zirone a bacca bianca in un intreccio aromatico che ricorda certi tramonti sardi. Il Pittuleri 2024 di Azienda Agricola Leo Conti porta in scena Cannonau, Cagnulari e Monica in un rosso che ha la struttura delle colline e la morbidezza del vento. Il Cannonau 2024 di Terre di Baquara è varietale, preciso, senza fronzoli. L’Olieddu Cannonau 2020 di Cantina Mario Bagella è un Cannonau già maturo, che ha preso tempo e non lo nasconde, anzi lo porta come un vestito cucito su misura. E il Pensamentu 2019 di Cantina Sorres chiude la degustazione con il peso specifico degli anni: Cannonau in forma meditativa, da assaporare lentamente, in silenzio.

I Vignaioli © Associazione Vi. N.O.S.
Dodici vini, dodici storie, un territorio solo. Il Nord Ovest della Sardegna, per chi non lo conosceva ancora, si è presentato nel migliore dei modi.

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