Parco Delta del Po e Valli di Comacchio

Ferrara la lasciamo alle spalle con il suo carico di chiese, palazzi e memorie estensi: la città che nel Rinascimento seppe attirare geni come Piero della Francesca, Leon Battista Alberti, Ludovico Ariosto e Torquato Tasso, oggi si visita con la stessa curiosità con cui allora la si costruiva. Ma il bello, qui, è che basta puntare verso l’Adriatico e il racconto cambia registro: dal marmo si passa alla canna palustre, dagli affreschi ai fenicotteri.
Il Parco del Delta del Po comincia dove Ferrara smette di essere solo pietra, e infatti la città e il parco condividono lo stesso riconoscimento: Patrimonio Mondiale dell’Umanità UNESCO, un titolo che qui si guadagna tra foci fluviali, zone umide, boschi e pinete.
Il parco si estende su 54.000 ettari tra le province di Ferrara e Ravenna (la parte veneta, quasi 78.000 mq nel Rovigo, è un altro capitolo), e nel 1999 è stato premiato per un motivo che suona quasi poetico nei documenti ufficiali: un “eccezionale paesaggio culturale pianificato” che ha conservato, contro ogni previsione, la sua forma originaria. Dal 2015 è anche Riserva di Biosfera MaB UNESCO, il che significa che questo equilibrio tra uomo e natura va protetto sul serio.
Una Delizia per castello

© www.castellodimesola.it
E a una sessantina di chilometri da Ferrara, quattro torri merlate spuntano da una base quadrangolare: è il Castello di Mesola, voluto da Alfonso II d’Este come “Delizia”, come buen retiro per la caccia e i divertimenti di corte. Le Delizie estensi sono Patrimonio dell’Umanità anch’esse, per lo stesso motivo che rende speciale tutto il resto del percorso: sono la prova che il Rinascimento non si fermava alle facciate, ma rimodellava il paesaggio intero. Tra le sue sale affrescate trovano casa il Museo del Bosco e del Cervo di Mesola e un Centro di educazione ambientale, e la caccia è sostituita, molto più pacificamente, dall’osservazione. Ora è chiuso per ristrutturazione, ma arrivarci per mette di scoprire il territorio.
Perché a due passi dal castello si entra nel Bosco della Mesola, uno degli ultimi lembi superstiti delle foreste che un tempo orlavano l’Adriatico. Qui il binocolo è strumento necessario: tra lecci e pioppi si muovono cervi e daini, tra cui il celebre “Cervo delle Dune”, e lungo i sentieri aperti al pubblico, percorribili a piedi o in bici, noleggiabile sul posto, un tratto di circa 500 metri è stato pensato apposta per far “vedere” la varietà vegetale e faunistica anche a chi non può vedere, attraverso pannelli tattili e sensoriali. È un dettaglio piccolo che dice molto su come si guarda, qui, alla natura: come esperienza per tutti.
Se avete voglia di pedalare – e vi consiglio di averla, perché il territorio è piatto e generoso – da Goro parte un itinerario ciclo-pedonale di circa 8 km che accompagna il fiume verso il mare passando proprio nel cuore del Gran Bosco: si costeggia la Sacca di Goro, si incontrano i resti di antichi manufatti idraulici come Torre Palù e la Chiavica del Bosco, testimoni silenziosi di una lotta secolare tra uomo e acqua, e si arriva fino all’Oasi di Canneviè, alle porte di Lido di Volano.
Poco distante, l’oasi di Torre Abate custodisce invece la memoria delle bonifiche estensi del Cinquecento, circondata da laghetti e vegetazione palustre: una tappa di quelle che meritano una sosta con calma.
Sulla via dei pellegrini, fino a Pomposa

Abbazia Pomposa © Maddalena Stendardi
Lungo la Strada Romea, l’antica arteria percorsa per secoli dai pellegrini diretti a Roma, incastonata tra due rami del Po e il mare, si trova l’Abbazia di Pomposa. Fondata nel VI secolo, conserva nella basilica di Santa Maria affreschi trecenteschi di scuola giottesca e un pavimento a mosaico intarsiato di marmi preziosi. Accanto, il campanile romanico svetta per 48 metri, sproporzionato e magnifico. Furono i monaci benedettini a bonificare le terre intorno, prima che eventi avversi li costringessero all’abbandono nel Cinquecento; oggi nell’ex dormitorio trova posto il Museo Pomposiano, con reperti archeologici, maioliche e affreschi staccati (aperto da martedì a domenica). Il tratto ciclabile che collega Goro a Pomposa – l’Anello delle Terre Pomposiane, circa 15 km su piste ben segnalate – è uno dei modi migliori per arrivarci: si lascia la Sacca di Goro, si costeggia il litorale, poi si punta verso l’interno fino al complesso millenario.
Info e visite guidate
IAT Ufficio Informazione ed accoglienza turistica Abbazia di Pomposa
tel. +39 0533 71911
iat.pomposa@comune.codigoro.fe.it
Tra Goro e Gorino il fiume diventa mare
Il porto di Goro si annuncia da lontano grazie a un faro imponente, da cui un sentiero naturalistico – percorribile a piedi o in bici – porta fino alla vicina Gorino. Qui il mercato del pesce è la vita quotidiana del paese, e si sente. La mitilicoltura regna sovrana, con ostriche e vongole veraci a farla da padrone, ma negli ultimi tempi si è affacciato un ospite indesiderato: il granchio blu, aggressivo e vorace nei confronti di mitili e avannotti, che ha messo in allerta l’intero comparto. E come se non bastasse, le temperature dell’acqua sempre più alte trattengono meno ossigeno, complice anche la proliferazione incontrollata di alghe in decomposizione: un problema che non fa notizia ovunque, ma che qui si tocca con mano.

Valli Comacchio Fenicotteri © Maddalena Stendardi
Da Goro, Gorino e Volano si può salire su piccole imbarcazioni elettriche dal fondo piatto, pensate apposta per infilarsi dove il fiume si trasforma in un labirinto di canneti prima di diventare, definitivamente, mare aperto. Da Gorino e da Porto Garibaldi partono invece motonavi più strutturate, per chi preferisce esplorare canali e boschi umidi restando comodamente seduto. E se volete stupire qualcuno per un’occasione speciale, un anniversario, una proposta, c’è il tour riservato a due persone sulle tradizionali “batane” di Comacchio, le barche a fondo piatto che partono da Stazione Foce: romantico e non scontato.
Comacchio, la piccola Venezia
Costruita su 13 isolotti nell’alto Medioevo, Comacchio è attraversata da ponti e canali con una nonchalance che le è valsa, inevitabilmente, il paragone con Venezia. Il suo monumento più fotografato è il Trepponti, dove cinque canali convergono sotto un rialto sormontato da due torrette – una scenografia che sembra pensata apposta per Instagram. Scendendo la rampa si arriva alla piazzetta della Pescheria, dove ogni mattina si tiene il mercato del pesce, e nelle antiche prigioni della città trova posto un museo che custodisce, tra le altre cose, un’imbarcazione romana ritrovata nelle vicine valli: la prova che qui si naviga da un tempo decisamente più lungo di quanto racconti qualsiasi guida turistica.
Per chi ha un debole per la gastronomia (e sarebbe strano il contrario, da queste parti) il Centro Visita Manifattura dei Marinati svela i segreti della lavorazione di acciughe, acquadelle e, soprattutto, anguille. L’Anguilla Marinata Tradizionale delle Valli di Comacchio è un Presidio Slow Food, cioè fa parte di quella rete internazionale che protegge le produzioni legate a doppio filo a un territorio, a una cultura, a un saper fare che altrove si è perso. Il museo è aperto tutti i giorni in luglio e agosto, ma con orari variabili nel resto dell’anno.
Le Valli, i fenicotteri e i casoni

Valli di Comacchio casoni © Maddalena Stendardi
Dalla Stazione di Pesca Foce si parte per l’ultima, grande tappa: le Valli di Comacchio, 12.000 ettari di lagune salmastre alimentate da acque dolci e marine, tra i complessi lagunari più importanti d’Italia e d’Europa. Si estendono tra le province di Ferrara e Ravenna, tra Comacchio e il fiume Reno, collegate al mare attraverso i canali di Magnavacca, Logonovo, Bellocchio e Gobbino, nomi che suonano come una filastrocca, ma che indicano vie d’acqua vissute per secoli.
Il viaggio comincia a terra, al Parco Archeologico Open Air, dove sono state ricostruite due abitazioni dell’antica città etrusca di Spina. Poi si sale in barca e i canali interni dello specchio vallivo si aprono su uno spettacolo che definire “impressionista” non è un vezzo letterario: fenicotteri rosa, garzette e aironi cinerini accompagnano la navigazione tutto l’anno, con buona pace di chi pensava che il birdwatching fosse un hobby per pochi. La guida ambientale a bordo racconta delle stazioni di pesca e dei “casoni”, i vecchi presidi dei pescatori, custodi di tradizioni che qui non sono finite in un museo, ma continuano, in forme diverse, a lavorare.
Chi vuole coprire tutto il territorio in bicicletta troverà nel tratto finale della Ciclovia Destra Po e nell’Argine degli Angeli – l’ultima porzione dell’itinerario che da Pomposa scende fino a Comacchio e alla Stazione Foce – uno dei percorsi ciclabili più belli d’Italia: si pedala letteralmente in mezzo all’acqua, con centinaia di fenicotteri come compagni di viaggio. In totale, l’itinerario cicloturistico che collega Mesola, Goro, Pomposa e Comacchio misura circa 55 km, pianeggianti e adatti a tutti, distribuiti su tre tratti ufficiali del Parco.

E se siete tipi mattinieri, o semplicemente non riuscite a dormire per l’emozione, vale la pena alzarsi presto almeno una volta per uno dei concerti all’alba organizzati sulla spiaggia: musica dal vivo con il sole che sorge sull’Adriatico, un’esperienza che rimette in prospettiva qualunque sveglia.
Alla fine, quello che resta di un viaggio nel Delta del Po è la sensazione di aver attraversato un territorio che non ha mai smesso di negoziare con l’acqua, e di averla, quella negoziazione, vinta con eleganza.
Info
IAT Abbazia di Pomposa: tel. +39 0533 71911 – iat.pomposa@comune.codigoro.fe.it
Info turistiche Comacchio: infotur@comune.comacchio.fe.it
Museo della Manifattura dei Marinati: manifatturamarinati.it
Escursioni in bicicletta e in barca: podeltatourism.it – aqua-deltadelpo.com
Concerti all’alba: Musica all’alba
Per approfondire: ferrarainfo.com – visitferrara.eu

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