Amaracmand: vini biologici e slow travel tra le colline di Cesena

Vigneti Amaracmand
Cesena e dintorni si prestano a due o tre giorni di viaggio lento: colline al mattino, biblioteca nel tardo pomeriggio quando la luce cambia e i plutei sembrano scaldarsi, cena al castello con un Perimea nel bicchiere. Il tipo di itinerario in cui ci si dimentica l’orario non per distrazione, ma perché il posto funziona così.
Prima tappa: le colline di Sorrivoli, perché certe storie cominciano dal vino
C’è una parola in dialetto romagnolo che vale un intero manifesto aziendale: amaracmand. Significa “mi raccomando”, ma detto con quell’inflessione calda e un po’ apprensiva che hanno solo le nonne quando ti vedono uscire di casa. Era quello che la nonna di Marco Vianello gli ripeteva ogni volta, e lui, invece di dimenticarsela come si fa con i consigli dei grandi, ci ha fondato sopra una cantina. Abbi cura di te. Abbi cura della terra. Abbi cura del vino.

Un grappolo di uva biologico della cantina Amaracmand
Amaracmand nasce nel 2012, quando Tiziana Matteucci e il marito Marco Vianello rilevano un’azienda creata agli inizi degli anni Ottanta a Sorrivoli di Roncofreddo, in provincia di Forlì-Cesena, condividendola fin da subito con il cugino Damiano Vianello. Quello che trovano è una realtà sostanzialmente abbandonata, in un angolo di Romagna vocato da secoli alla coltivazione dell’ulivo e della vite. Non esattamente il sogno di un imprenditore prudente. Ma Marco non è un imprenditore prudente: è un innamorato della natura con la curiosità di chi sa che certi vigneti raccontano storie che nessun corso di sommelier insegna.
L’origine del progetto ha i contorni di una svolta inattesa: una nevicata improvvisa, una cantina in crisi, un’abitazione da preservare. L’intervento nasce per difendere un luogo, ma finisce per salvaguardarne qualcosa di più profondo: la sua vocazione agricola. Da quell’atto istintivo – “salviamo questa terra” – è nata un’azienda costruita per gradi, seguendo le inclinazioni dei terreni prima ancora che quelle del mercato.

Da sinistra: Damiano Vianello, responsabile vigneti e coordinamento azienda, Maurilio Chioccia enologo consulente esterno, Antonino Zappulla enologo interno, Marco Vianello cotitolare, con la moglie Tiziana, di Amaracmand
Oggi Amaracmand coltiva oltre tredici ettari di vigneto in regime biologico, tra i 260 e i 350 metri sul livello del mare, esposti a sud e sud-ovest. Il nome Sorrivoli non è casuale: deriva da “sui rivoli”, perché in questa zona le sorgenti abbondano, l’acqua filtra tra l’argilla blu, il tufo, il gesso e la sabbia, fondali di un mare che si è ritirato qualche milione di anni fa, lasciando in eredità una mineralità che si sente nel bicchiere. Le brezze arrivano doppie: dal mare e dagli Appennini, creando quell’equilibrio termico peculiare che in viticoltura vale oro. Undici ettari di bosco alle spalle proteggono i vigneti dall’agricoltura intensiva e garantiscono una biodiversità che in altre zone della pianura è ormai un ricordo.

L’interno della cantina Amaracmand
La cantina, progettata dall’architetto Fiorenzo Valbonesi, è mimetizzata nei terrazzamenti con mura di pietra bergamasca, incavata nel pendio per ridurre al minimo l’impatto visivo ed energetico. Pannelli solari, recupero delle acque piovane ridistribuite nei vigneti sottostanti, energia geotermica. E poi, dettaglio che dice tutto su quanto seriamente prendano l’igiene, un purificatore d’aria che scongiura il formarsi di muffe e batteri contaminanti, evitando di ricorrere all’uso di prodotti nocivi per la sterilizzazione, il che consente di produrre vini senza solfiti aggiunti. I purificatori, si dice in cantina, sono brevetto della NASA. Non è una battuta.
Tra i vigneti ne è stato valorizzato uno impiantato negli anni Sessanta, dove sono stati trovati preziosi cloni di Sangiovese e Albana dalle caratteristiche uniche, piante da cui sono state ricavate marze per nuovi vigneti. Marco ha scoperto, in particolare, un vigneto del 1964 a piede franco, vale a dire con le proprie radici originali, non innestate. Naturalmente resistente alla fillossera, il fungo che alla fine dell’Ottocento devastò i vigneti europei. Trovare un vigneto a piede franco è come trovare un documento medievale in un archivio che pensavi vuoto: un’emozione e una responsabilità insieme.

Cantina Amaracmand
La vendemmia si fa rigorosamente a mano. Le uve vengono selezionate due volte: una in campagna, in cassetta, e una in cantina dove viene sgranata e ri-selezionato il chicco. Le fermentazioni sono spontanee, i lieviti sono indigeni. La resa per ettaro è bassa – inevitabilmente, con metodi così – e la produzione si aggira intorno alle 20.000 bottiglie l’anno. Poche, selezionate, totalmente assorbite dal mercato. Maurilio Chioccia è l’enologo; il professor Pagliotti dell’Università di Perugia è l’agronomo. Un team che lavora con la stessa filosofia: il vino buono si fa prima in campagna.
I vini: quattro caratteri, una sola voce
La filosofia di Amaracmand è chiara: “L’imperfezione è soggettiva. Nessun vino è perfetto, quindi nemmeno i migliori lo sono. Sono le loro imperfezioni a renderli unici. Tra l’imperfezione e il difetto c’è una grande differenza: la prima può essere quel tocco che rende unico un vino, il secondo non è ammesso”. Non vi garantiscono lo stesso colore rosso rubino ogni anno, né l’assenza di sedimenti sul fondo della bottiglia. Preferiscono un lieve deposito naturale all’uso di prodotti chimici. Vi garantiscono, però, l’assenza di solfiti aggiunti e di allergeni. Per chi sa leggere un’etichetta, è una promessa seria.

Le quattro etichette
Madame Titì — IGT Bianco Rubicone Spumante Brut Nature Bio, Vendemmia 2023. In etichetta il disegno di una donna, perché è il vino che il co-proprietario Marco ha dedicato alla consorte e proprietaria Tiziana. L’idea nasce da un progetto di ricerca sui vitigni locali e la loro ancestrale vocazione alle rifermentazioni e alle bollicine. La figura femminile sull’etichetta è disegnata a mano da una pittrice bolognese trapiantata a Parigi. Blend di Bombino bianco (circa 85%), Grechetto gentile, Albana e Trebbiano della fiamma. Metodo Charmat lungo, senza solfiti aggiunti, affinamento di oltre 40 giorni sui propri lieviti in autoclave. Tagliente, fresco, è il vino che funziona tanto come aperitivo quanto a tutto pasto.
Libumio — Rubicone IGP Bianco, Vendemmia 2024. Circa 85% Bombino bianco, 15% Grechetto Gentile, Incrocio Manzoni bianco, Trebbiano della fiamma. L’idea nasce da una ricerca sui vitigni bianchi locali, con l’obiettivo di valorizzarne le caratteristiche specifiche. Un vino piacevole ed equilibrato, che porta nel bicchiere la complessità silenziosa di un territorio che sa fare i bianchi senza strillare.
Imperfetto — IGT Rosso Rubicone Bio, Vendemmia 2023. È il primo progetto di Amaracmand, nato dalla convinzione che «l’imperfezione è soggettiva» e che «sono le loro imperfezioni a renderli unici, è l’imperfezione che crea lo stile». Sangiovese 85%, con Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Syrah e Alicante a completare il blend. Il mosto riposa almeno dieci giorni sulle bucce, poi il vino affina due mesi in acciaio e un minimo di sei mesi in tonneaux di rovere francese (primo, secondo e terzo passaggio), completando il riposo orizzontalmente in bottiglia per almeno sei mesi prima di essere commercializzato. Un vino non scontato.
Perimea — IGT Sangiovese Rubicone Bio, Vendemmia 2024. Il cru. Sangiovese in purezza, proveniente da un vigneto di un ettaro e mezzo, il più vecchio. Fermentazione naturale con lieviti indigeni. Il suolo tufaceo, sabbioso, caratterizzato da argille blu e arenaria, con un microclima ideale, esalta le peculiarità delle uve. Rustico, fruttato, spigoloso. Un vino che sa da dove viene.
Info: Amaracmand Strada Provinciale Sorrivoli n° 30, Roncofreddo (FC). Visite e degustazioni su prenotazione. I vini si acquistano direttamente in cantina.
Seconda tappa: il Castello di Sorrivoli e la Trattoria del Castello

Castello di Sorrivoli
Prima di scendere verso Cesena, vale la pena fermarsi al Castello di Sorrivoli, che si alza su una delle prime colline a ridosso della valle del Rubicone con quella gravità un po’ stanca dei luoghi che hanno visto troppe ere passare. La struttura risale al periodo malatestiano, fa parte del Tour dei Castelli che si snoda tra le colline del comune di Roncofreddo e si trova sulla Strada dei Vini e dei Sapori dei Colli di Forlì e Cesena. Dal piazzale, soprattutto al tramonto, il panorama sulle colline diventa una di quelle scene che si ricordano per anni.
Il castello in parte appartiene alla chiesa, in parte è gestito dalla Cooperativa Sociale Terra di Miti che opera per il recupero e l’inserimento lavorativo di persone maggiorenni. Gestisce la Trattoria del Castello che non punta al profitto, ma reinveste tutto nel castello e in contratti di lavoro equi per chi ha difficoltà a trovare un’occupazione stabile. Non è solo un ristorante: è un modello. E la cucina è quella romagnola autentica a Km 0 – tagliatelle al ragù, ravioli, piadine, arrosto di galletto, grigliate miste, tagliate morbidissime, erbette di stagione – accompagnata dai vini e birre.
Info: Trattoria del Castello di Sorrivoli – Sorrivoli, Roncofreddo (FC). Tel. 0547-326035; Mob. 338 8241697. Cucina aperta la sera. Consigliata la prenotazione nei weekend.
Terza tappa: la Pieve di Diolaguardia e l’agriturismo Le Spighe

Chiesa di Sant’Andrea a Diolaguardia
Nel comune di Roncofreddo, lungo la strada che porta verso le colline, si incontra la piccola chiesa di Sant’Andrea a Diolaguardia, una pieve romagnola del 1400, restaurata nel 2019, con le decorazioni tipiche della cultura agreste: semplice, essenziale, con quella silenziosa insistenza del sacro rurale che non ha bisogno di effetti speciali. Un luogo di preghiera, certo, ma anche di sosta involontaria per chi passa e si ritrova a rallentare.
A Sorrivoli si trova anche l’agriturismo Le Spighe – Fattoria Bertaccini, con quattro deliziose stanze con bagno e una colazione mattutina che vale da sola il viaggio. Siamo nel mezzo del paesaggio collinare cesenate, quel territorio che si estende dalle prime colline della valle del Savio fino al torrente Rubicone, dove il verde non è mai decorativo ma sempre agricolo, vissuto, odoroso di terra bagnata.

Agriturismo Le Spighe
Info: Agriturismo Le Spighe, Fattoria Bertaccini Sorrivoli, Roncofreddo (FC). 4 camere con bagno, colazione inclusa. Prenotazioni dirette consigliato. Ristorazione dal venerdì alla domenica.
Quarta tappa: la città che ha inventato la biblioteca pubblica
Dopo le colline, Cesena. E qui bisogna dire una cosa con tutta la chiarezza necessaria: questa città è clamorosamente sottovalutata. Incastrata tra Rimini e Forlì nell’immaginario turistico romagnolo, finisce spesso in secondo piano rispetto alla riviera o alle città d’arte più grandi. Torto madornale.
Cesena fu governata dai Malatesta – “cattive teste”, li chiamavano, cavalieri irascibili e fumantini per tradizione familiare – e in particolare da Malatesta Novello, che ne fu signore dal 1433 fino alla sua morte nel 1465. Un personaggio contraddittorio come tutti i Malatesta: spesso in aperto disaccordo con il fratello Sigismondo (quello del Tempio Malatestiano di Rimini, che costruiva monumenti a se stesso con disinvoltura), eppure capace di un atto di lungimiranza culturale che il tempo ha premiato in modo straordinario.
La Biblioteca Malatestiana: il luogo di cui non avete mai sentito parlare abbastanza

Biblioteca Malatestiana a Cesena
Domenico Malatesta Novello trasformò una parte del convento dei frati francescani di Cesena in qualcosa di inedito per l’epoca: una biblioteca rinascimentale a metà del XV secolo, la prima in Italia a essere impostata come istituzione civica e pubblica, affidata cioè alle cure degli organismi comunali oltre che dei francescani. Pensateci: siamo nel 1452, e qualcuno a Cesena stava già ragionando di accesso pubblico alla cultura.
Sopravvisse all’occupazione napoleonica: i cittadini riuscirono a salvare i manoscritti dalla trasformazione in caserma. Sopravvisse alla Seconda guerra mondiale. Nel 2005 l’UNESCO la inserì nel Registro della Memoria del Mondo. Oggi conserva quasi 380.000 volumi, compresi migliaia di manoscritti di grande valore. I codici erano scritti su pergamena – membrana ricavata dalla pelle di agnello o capretti – e decorati con colori preziosi: oro, lapislazzuli per i blu, malachite per i verdi. Non erano libri, erano oggetti.

Ingresso Biblioteca Malatestiana
La porta in noce è originale del 1454. Oltrepassato un cancello di ferro battuto, sul timpano del portale campeggia l’elefante, emblema dei Malatesta; ai lati dell’architrave e sui capitelli delle lesene si trovano i simboli araldici della famiglia (la grata, le tre teste, la scacchiera) riprodotti anche all’interno. Due sono le chiavi che aprono la biblioteca: una rappresenta il potere religioso, l’altra quello civico. Quando le porte si spalancano, l’interno sembra quello di una chiesa a tre navate: 58 plutei (29 per parte), imponenti banchi di legno di pino che conservano i codici con le discipline religiose e scientifiche, volumi in greco antico, ebraico e latino. Il bianco delle colonne mediane, il rosso del pavimento in cotto e delle semicolonne, il verde dell’intonaco: i colori dei Malatesta.
La visita alla parte antica è possibile solo con guida, per circa un’ora. Vale ogni minuto – anche perché, nel corridoio antistante, una bacheca custodisce una chicca rara: un’edizione microscopica del 1897 della Lettera a Madama Cristina di Lorena di Galileo Galilei, 206 pagine leggibili a occhio nudo senza lenti d’ingrandimento. Il libro più piccolo della libreria più antica d’Europa. C’è qualcosa di vagamente vertiginoso nell’accostamento.
Nella stessa area si trovano anche la Biblioteca Sala Piana, la collezione privata di Pio VII, con 5.500 volumi a stampa dal XV al XIX secolo e un centinaio di manoscritti miniati e, fino al 27 settembre, la mostra Giardini d’inchiostro.
Info: Biblioteca Malatestiana Piazza Bufalini, Cesena. Tel. 0547/356327. Visite guidate obbligatorie per la parte antica, durata circa un’ora. Prenotazione consigliata. Ingresso a pagamento.
Quello che si trova tra una via e l’altra

La Rocca Malatestiana Foto Cesena Turismo
A Cesena, piazza del Popolo è il fulcro della vita sociale, culturale e politica della città: qui si svolge il mercato settimanale e numerosi eventi importanti. Al centro campeggia la Fontana Masini, progettata da Francesco Masini nel 1588, in candida pietra d’Istria, con quattro tritoni agli angoli che spruzzano acqua dalle loro trombe e una pigna in cima che simboleggia prosperità e abbondanza.
Dalla piazza si sale alla Rocca Malatestiana, che domina Cesena dall’alto del colle Garampo. Costruita tra il XIV e il XV secolo, fu ammirata da Leonardo da Vinci in persona, e questo dovrebbe già bastare come raccomandazione. All’interno, il Museo di Storia dell’Agricoltura e una serie di ambienti visitabili con tour guidato. Gli spalti offrono una vista che, nelle giornate limpide, arriva fino al mare.
L’antico borgo della Valdoca, con le sue case dai colori vivaci, e via Chiaramonti – una delle vie più belle della città, celebre per i suoi palazzi e le casette colorate adornate di piante rampicanti – meritano una passeggiata lenta. Su questa strada si trova anche la chiesa di Santa Cristina, progettata da Giuseppe Valadier in stile neoclassico: l’interno è un Pantheon in miniatura, cosa che non ci si aspetta e che fa un certo effetto.
Per concludere la giornata, corso Garibaldi e il Teatro Comunale Alessandro Bonci, splendido esempio ottocentesco di teatro all’italiana, con la bella facciata neoclassica, e il Giardino Pubblico: questa zona del centro storico è molto vivace, soprattutto durante i fine settimana, per l’alta concentrazione di caffè e locali.
A pochi chilometri fuori città, sui colli tra Cesena e Bertinoro, sorge Villa Silvia-Carducci, che deve il suo nome alla contessa Silvia Baroni Pasolini Zanelli, la quale verso la fine del XIX secolo diede vita a un circolo culturale frequentato da poeti, musicisti e scrittori, tra i quali Giosuè Carducci. Nella villa è ospitato il Museo Musicalia, un viaggio nel tempo attraverso sette stanze che raccontano la storia di oltre 500 anni della musica meccanica. La camera da letto di Carducci è conservata intatta: gli oggetti personali, i libri, la finestra che guarda le colline. Una di quelle stanze che si visitano in silenzio, non per rispetto delle regole, ma per istinto.
Info: cesenaturismo.it

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