Un passo dopo l’altro: la Via di Francesco

© Maddalena Stendardi
Negli ultimi anni i cammini sono diventati uno dei fenomeni più interessanti del turismo lento in Italia. Non si tratta più soltanto di pellegrinaggi religiosi: oggi attraggono escursionisti, viaggiatori esperienziali, sportivi e persone alla ricerca di se stessi, o più semplicemente di una pausa rigenerante dalla vita urbana. Secondo i dati del portale Cammini d’Italia, nel 2025 sono state superate le 2 milioni di visualizzazioni complessive, con una forte crescita della fascia 25-34 anni e un aumento costante dell’interesse internazionale. Il sentiero, a quanto pare, non conosce crisi.
Quattro regioni, un solo filo

Ingresso Monastero Clarisse Eremite a Fara Sabina © Maddalena Stendardi
Tra i cammini più frequentati c’è la Via di Francesco, che collega i luoghi simbolo della vita del Santo – La Verna, Assisi, Roma – attraversando quattro regioni: Umbria, Lazio, Toscana ed Emilia-Romagna. Si può partire da Firenze, Rimini, o arrivare direttamente a Roma, che è insieme punto di partenza e meta finale a seconda della direzione scelta. Il fulcro spirituale del cammino è Assisi, insieme a La Verna e alla Valle Santa Reatina. A seconda della variante, si superano i 400 km in circa 20-22 tappe: due o tre settimane di cammino, borghi storici a ogni svolta, natura ovunque e infrastrutture per i pellegrini più che dignitose.
Francesco Senatore lo conosce bene. Consigliere nazionale di FederTrek e anima della Commissione Cammini e Sentieri, ha dedicato anni a capire cosa spinge le persone a mettersi uno zaino in spalla e sparire lungo un sentiero. FederTrek – nata nel 2010, quaranta associazioni affiliate, nessun fine di lucro – non organizza semplicemente passeggiate: coltiva qualcosa di più ambizioso. Una cultura. Quella del camminare come strumento di benessere, di scoperta, di cura del territorio e delle persone che ci vivono.

Dettaglio del Monastero Clarisse Eremite © Maddalena Stendardi
La Via di Francesco rappresenta probabilmente il cammino più intenso dal punto di vista spirituale e identitario. È meno affollata, più contemplativa e profondamente legata alla cultura italiana, caratteristiche che potrebbero renderla uno dei percorsi con il maggior potenziale di crescita nei prossimi anni.
Preparazione al cammino: lo zaino giusto

Terrazza panoramica di Fara Sabina © Maddalena Stendardi
Per affrontare un cammino in Italia servono poche cose, ma quelle giuste. Lo zaino non deve superare il 10% del proprio peso corporeo, regola aurea, spesso ignorata con conseguenze che si pagano già al secondo giorno. Le scarpe da trekking devono essere comode e già “rodate”: inaugurarle sul cammino è un errore che si sconta in vesciche. A proposito: nel kit di pronto soccorso non devono mancare cerotti specifici come i Compeed, ago, filo e disinfettante. Almeno tre paia di calzini tecnici senza cuciture completano la difesa dei piedi.
Per il resto, il principio è la leggerezza intelligente: sistema a cipolla con due o tre magliette tecniche e una maglia a maniche lunghe per la sera, un guscio antivento e impermeabile, pantaloni traspiranti e un paio di pantaloncini per le stagioni calde. Due o tre cambi di biancheria tecnica ad asciugatura rapida, un asciugamano in microfibra e un beauty kit ridotto all’essenziale: saponetta biodegradabile (vale per corpo, capelli e bucato), spazzolino, dentifricio, crema solare. Il sacco lenzuolo leggero è caldamente consigliato se si dorme in ostelli, conventi o foresterie che forniscono coperte.

Vicolo in Fara Sabina © Maddalena Stendardi
Tra gli accessori fondamentali: una borraccia o sacca idrica da almeno 1,5 litri, i bastoncini da trekking, che aiutano a scaricare il peso su salite e discese e si rivelano preziosi alleati, cappellino, occhiali da sole, repellente per zecche e zanzare, e una torcia frontale utile per le partenze prima dell’alba o per attraversare gallerie. Carta d’identità e tessera sanitaria.
Oltre all’equipaggiamento, c’è un documento che non si può dimenticare: la Credenziale, o passaporto del pellegrino. È il libretto ufficiale che certifica lo status di viandante, raccoglie i timbri giornalieri necessari per accedere agli ostelli e permette di ottenere il certificato finale del cammino.
Prima di tutto: perché si cammina?

Natura rigogliosa © Maddalena Stendardi lungo la Via di Francesco
La risposta, dice Senatore, è più sfumata di quanto si pensi. “Molti cercano un primo contatto con la natura, un ritrovare se stessi in un ambiente naturale”. Un 20-30% dei camminatori, stima lui, parte con questa motivazione autentica, quasi contemplativa. Ma la moltitudine è diventata eterogenea: c’è anche chi cammina per sfida, per superare se stesso, per spuntare un cammino dalla lista come si fa con una maratona. E spesso questi arrivano impreparati, mollano dopo una tappa e mezza, e tornano a casa con i piedi a pezzi e un po’ di delusione.
Eppure, anche chi parte per la performance, spesso non riesce a smettere. “Una volta che inizi a camminare, difficilmente abbandoni il mondo del cammino. È una crescita personale”. Il sentiero, a quanto pare, è una meditazione che le palestre non si possono permettere.
L’ospitalità delle Clarisse Eremite

I borghi attraversati a piedi sono molto curati. © Maddalena Stendardi
Il nostro viaggio comincia a Fara Sabina, a circa quaranta chilometri da Roma, ospiti nella foresteria del monastero delle Clarisse: un castello medievale che porta ancora i segni del tempo, e non solo come metafora. Il monastero fu fondato nel 1673 per volontà di Francesco Barberini, nipote di Papa Urbano VIII, che ne fece un luogo di clausura. Oggi le otto monache rimaste possono incontrare il mondo esterno, un cambiamento non da poco. Bombardato nella Seconda guerra mondiale, fu restaurato negli anni Sessanta e Settanta grazie all’allora badessa Madre Beatrice Mistretta, che si laureò in Architettura appositamente per gestire il cantiere. Un dettaglio che dice tutto sulla determinazione di certe vocazioni.
Dalle 7 alle 21.30 la giornata scorre ritmata da preghiera, studio, lavoro. E silenzio. La visita guidata conduce attraverso la cucina del Quattrocento, il vecchio refettorio, il coro del Seicento, e una stanza che conserva diciassette corpi di monache rimasti intatti dalla fine del Settecento – ancora oggetto di studio scientifico. Il Museo del Silenzio, all’esterno del monastero, è un ambiente completamente buio dove le teche si illuminano a piccoli gruppi seguendo uno schema preciso: la preghiera, il silenzio, la cucina, la farmacia, la disciplina. Proiezioni sulle volte accompagnano ogni tema. Un luogo che parla sottovoce, e proprio per questo si sente tutto.
Il belvedere della Sabina

Museo Archeologico di Fara Sabina © Maddalena Stendardi
Fara in Sabina è un borgo medievale arroccato su Colle Buzio, tra i Monti Sabini e la Valle del Tevere, in provincia di Rieti. Il paesaggio è quello degli oliveti soleggiati, e non è un caso che l’olio della Sabina abbia ottenuto il marchio DOP per la sua qualità originale e riconoscibile.
Attraversando Porta Romana e salendo per le strette vie, si incontrano palazzi nobiliari fino alla piazza del Duomo, fulcro del borgo. Qui spicca la Torre Campanaria del Cinquecento, voluta dalla famiglia Orsini – che si divideva il Lazio con i Colonna, con tutto quello che questo comportava – e accanto, la Cisterna a edicola commissionata dai Farnese nel 1558. Il Duomo, edificato tra il 1501 e il 1506, conserva all’interno un grande crocefisso che la tradizione vuole rivestito di pelle umana, datato tra il XVI e il XVII secolo; la tela di Sant’Anna che ammaestra la Vergine di Vincenzo Manenti; il Gesù Crocifisso tra la Vergine, San Giovanni e la Maddalena della scuola di Guido Reni; e il Tabernacolo rinascimentale della scuola del Vignola, in alabastro di Volterra, a forma di tempio a due piani sovrapposti. Un concentrato di storia dell’arte in pochi metri quadri.
Nella stessa piazza, il Bistrot Trentatré prepara colazioni, aperitivi e piccola cucina, confortato dal piccolo forno accanto che vende pane e dolci. Nelle sale del piano nobile di Palazzo Brancaleoni, il Museo Archeologico espone materiali che coprono un arco cronologico dalla preistoria all’età romana. Al piano terra, l’Archivio storico comunale conserva documenti del territorio a partire dalla fine del Quattrocento.
Abbazia di Farfa

La segnaletica della Via di Francesco © Maddalena Stendardi
Si riparte seguendo la segnaletica giallo-blu del Cammino di Francesco verso l’abbazia benedettina di Santa Maria di Farfa, uno dei più importanti complessi monastici dell’Europa medievale. Fondata tra il VI e il VII secolo e ricostruita dal monaco Tommaso di Moriana dopo le devastazioni longobarde, Farfa fu un potente centro religioso, culturale ed economico, una istituzione che nel Medioevo valeva quanto un piccolo stato.
Tra l’VIII e l’XI secolo raggiunse il suo massimo splendore sotto la protezione carolingia: Carlo Magno vi sostò poco prima della sua incoronazione a imperatore nell’800. L’abbazia controllava allora oltre 600 chiese, più di 130 castelli e centinaia di villaggi nell’Italia centrale. Aveva anche uno scriptorium rinomato, dove i monaci copiavano e conservavano manoscritti preziosi, contribuendo alla trasmissione del sapere in tutta Europa. Dichiarata monumento nazionale nel 1928, oggi è abitata da sei monaci che seguono la regola benedettina.

L’agrumeto con la Taverna del Monaco all’Abbazia di Farfa © Maddalena Stendardi
Nel Museo Monastico si trova l’installazione dello scenografo e illustratore Emanuele Luzzati con Guido Fiorato: dodici scene tridimensionali che raccontano la storia dell’abbazia attraverso materiali diversi, realizzate con tredici laboratori artistici italiani. Nell’agrumeto, la Taverna del Monaco offre ai camminatori piatti genuini del territorio: una sosta che merita.

Oleophona di Gianandrea Gazzola nel Museo dell’Olio di Castelnuovo di Farfa © Maddalena Stendardi
Si prosegue per Castelnuovo di Farfa, borgo medievale fortificato, dove il Museo dell’Olio della Sabina a Palazzo Perelli del XVII secolo – sede anche del municipio – è un unicum che vale davvero la visita. Ideato da Mao Benedetti e Sveva Di Martino, ospita una raccolta di arte contemporanea con opere di Maria Lai, Alik Cavaliere, Hidetoshi Nagasawa e altri, e una sala macchine con presse dal XVI al XX secolo che raccontano come si separava l’olio dall’acqua di vegetazione. Tra le vie del borgo si trova anche un antico forno comunitario. Palazzo Salustri Galli, del Settecento e di proprietà privata, è visitabile nel piano nobile: affreschi pregiati e giardini all’italiana.
La strada dell’olio

Il mulino nel Museo dell’Olio – Castelnuovo di Farfa © Maddalena Stendardi
L’ulivo e il suo olio DOP sono il perno dell’economia e della tradizione sabina. Ma come si riconosce la qualità dell’extravergine? Il metodo ufficiale è il panel test, condotto da esperti addestrati a riconoscere difetti e pregi: esistono anche corsi aperti a chi voglia affinare il proprio naso e il proprio palato.
La teoria si verifica sul campo all’azienda agricola Saporito: extravergine biologico estratto a freddo su bruschette arrostite al momento, e un condimento all’olio e limone che convince al primo assaggio. Nulla va sprecato: il nocciolino residuo della lavorazione delle olive viene venduto come combustibile. Economia circolare.
Non è solo una nota di colore. Senatore ci vede qualcosa di più: “Un cammino cambia l’economia dei luoghi”. E lo fa in modo silenzioso ma persistente. All’inizio, ricorda, “il pellegrino era visto come uno che non spende niente”. Poi qualcuno ha fatto i conti e ha scoperto che molti di quei camminatori con gli scarponi consumati erano professionisti, famiglie benestanti, persone che, se avevano vissuto tre giorni di pace in un monastero, ci sarebbero tornate in estate con i figli. Quella stessa azienda olearia fa e-commerce e spedisce i prodotti a casa dei camminatori, perché nessuno può portare una bottiglia d’olio extravergine in uno zaino da trekking, ma nessuno vuole rinunciarci.
Il valore distintivo della Via di Francesco

Lungo il Cammino © Maddalena Stendardi
Tra i cammini italiani, la Via di Francesco occupa un posto particolare. Non solo per i paesaggi, ma per qualcosa di più difficile da catalogare. “Chi viene, in qualche modo sente la presenza di Francesco”, dice Senatore, scegliendo le parole con cura. Non necessariamente in senso religioso. “Che tu sia laico, cattolico o quello che vuoi, Francesco ha un’energia che qui ritrovi”. La ritrovi nei santuari, certo, ma anche nelle accoglienze: le suore Clarisse di Fara, i monasteri lungo il percorso, le persone che aprono la porta e preparano un letto con una semplicità disarmante.
Intorno a questo cammino, negli anni, si è costruita una rete. Più di 150 volontari se ne prendono cura, non per obbligo, ma – come dice Senatore – per amore. Ed è proprio quell’amore a fare la differenza, perché le istituzioni cambiano, i privati possono perdere interesse, ma un’associazione che fa le cose per amore ha una vitalità che non si compra.
“Un luogo ricco di povertà”

Greccio: il corridoio che conduce al dormitorio di Francesco © Maddalena Stendardi
Il cammino prosegue tra boschi e sentieri (alcuni più franosi di altri, va detto) mentre intorno fioriscono ginestre, ninfee e lavatoi abbandonati, e i canti degli uccelli sostituiscono qualsiasi colonna sonora. Di tanto in tanto si incrociano altri camminatori, arrivati da ogni angolo del mondo, e volontari che tengono puliti i percorsi: con loro si scambiano saluti, informazioni, qualche consiglio, spesso qualcosa di più.
Si arriva così al Santuario di Greccio, incastonato nella roccia a strapiombo sulla Valle Santa reatina. Qui, nel 1223, San Francesco allestì il primo presepe della storia – lo racconta Tommaso da Celano, il suo primo biografo. La cappellina del Trecento è affrescata dalla scuola di Giotto. Il corridoio conduce al nucleo originario: il dormitorio dove Francesco dormiva con i frati e una stanza con camino per le necessità quotidiane. Al piano superiore, il Dormitorio ligneo del XIII secolo costruito da San Bonaventura da Bagnoregio e un coro del Seicento, entrambi in legno originale.

La scalinata di Cantalice © Maddalena Stendardi
Cantalice è il borgo successivo, con la Torre del Cassero e la chiesa di San Felice (nato qui nel Cinquecento) e una scalinata di 350 gradini che serpeggia tra vicoli e case collegando la parte bassa del paese a quella alta. Una pausa si impone al ristorante La Pannocchia, dove le strengozze cantaliciane – pasta di farina, acqua e sale, fatta rigorosamente a mano – sono un argomento difficile da contestare.
Chi è in crisi non ha religione
Immerso tra castagni e roveri della Valle Santa, il Santuario di Santa Maria della Foresta è un luogo dove Francesco si rifugiò in attesa di un’operazione agli occhi, ospite del prete custode della vicina chiesina di San Fabiano. Quando i reatini seppero che Francesco era lì, accorsero in massa, e nell’occasione non resistettero alla tentazione di alleggerire la vigna del prete di qualche grappolo. Lui se ne lamentò, ma Francesco fece il miracolo di raddoppiare il vino. Chi dà, riceve.

L’orto di Santa Maria della Foresta © Maddalena Stendardi
All’interno del santuario vive la Comunità Mondo X, nata negli anni Sessanta a Milano per iniziativa di Padre Eligio e con diverse sedi in giro per l’Italia. È una struttura di recupero per persone con problemi di tossicodipendenza, gioco d’azzardo e depressione, che unisce il percorso riabilitativo alla vita spirituale e al lavoro nei campi. Gli ospiti curano l’orto e la vigna, attività che è anche sostentamento. La comunità è aperta a chiunque, indipendentemente dal credo: chi è in crisi, appunto, non ha religione.
La lentezza come resistenza
Viviamo in un’epoca che premia la velocità. I cammini sono, in questo senso, una piccola resistenza quotidiana. “La lentezza ti porta a conoscere non solo te stesso”, spiega Senatore. “Ti porta all’incontro con l’altro”. Sul sentiero, hai tempo. Tempo per fermarti a parlare con chi cura il tracciato, con il camminatore che ti supera o che ti aspetta a un bivio. Si apre una parte di sé che la vita sociale attuale tende a sigillare. “Piano piano inizi a riaprire percezioni che nella velocità quotidiana hai perso”. Non le acquisisci, le recuperi. È una distinzione che dice tutto.

Ninfee lungo la Via © Maddalena Stendardi
C’è un rovescio della medaglia, naturalmente. Alcuni cammini stanno diventando di tendenza, e la tendenza porta con sé le sue distorsioni. La Via degli Dei, tra Bologna e Firenze, ha registrato 25.000 presenze nell’ultimo anno. Bellissimo, per certi versi. Problematico, per altri: “Molti si improvvisano e dopo una tappa devono rinunciare”. O peggio: lo affrontano come una gara, cercando di completarlo in un giorno e mezzo.
Senatore ha una ricetta: “Spingo molto per un giorno in più”. Fermarsi. Deviare. Scegliere un paese come Stia, nel Casentino, e scoprire che intorno ci sono abbastanza cose da riempire una settimana.
Il modello che funziona, per Senatore, è quello a tre pilastri: istituzioni, privati e associazioni di volontariato. I primi finanziano la cartellonistica e mettono in sicurezza i sentieri. I secondi portano risorse e promozione. Le terze tengono tutto insieme con quella vitalità ostinata che solo il volontariato sa dare. “Se queste tre strutture lavorano bene insieme, è la formula vincente”.
Arrivare a Roma a piedi

San Pietro a Roma © Maddalena Stendardi
L’arrivo a Roma dalla Via di Francesco è, a suo modo, un piccolo capolavoro urbanistico involontario. Si entra dalla Riserva della Marcigliana, una delle aree naturali protette gestite da Roma Natura. “Roma è una metropoli agricola”, dice Senatore, e non è una metafora: in piena città trovi ancora le pecore, il pastore, il latte appena munto. Si cammina nel verde fino quasi al raccordo anulare, poi si costeggia l’Aniene, si passa vicino alla moschea (che FederTrek sta cercando di integrare nel percorso, per via di un legame sottile con la filosofia francescana) e si arriva sull’argine del Tevere. Da lì, la scalinata di Castel Sant’Angelo, l’isola pedonale, via Angelica. Il Vaticano.
L’arrivo a Roma segna la meta finale di questo percorso. L’ultimo passo, letteralmente, è l’ingresso all’Ufficio Accoglienza Pellegrini, sul lato destro della Basilica di San Pietro, per ricevere il Testimonium: il timbro ufficiale sulla credenziale del pellegrino. Viene concesso su richiesta, come certificazione del pellegrinaggio devotionis causa, a chi ha percorso almeno cento chilometri a piedi o duecento in bicicletta. Un foglio di carta che pesa meno di un grammo e vale, per chi arriva, quanto l’intero cammino.

Testimonium © Maddalena Stendardi
Tre parole per un cammino
Alla fine, gli chiedo di sintetizzare. Tre parole per descrivere la Via di Francesco. Ci pensa un momento, come si fa con le cose a cui si tiene davvero.
Accoglienza. Quella delle suore, dei monasteri, delle persone che aprono la porta anche quando hanno poco.
Introspezione. Perché il cammino, volente o nolente, ti porta dentro.
Cultura. “Oggi in pochi chilometri abbiamo visto musei, abbazie e un frantoio. C’è tanta cultura, lungo questo percorso”.
Tre chiavi di lettura. Tre buone ragioni per mettere le scarpe da trekking e partire. La meta – San Pietro, Assisi, La Verna – è solo la scusa per mettersi in moto. “I cammini danno tanto. C’è qualcosa che ti arriva dal territorio, dalle persone, dagli incontri, da te stesso che ti ritrovi”. E quella cosa, una volta trovata, non si rimette più nello zaino.
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