Napoli, sguardi fuori rotta

Panorama dalla Certosa di San Martino © Maddalena Stendardi
“A Napoli, mai la precisione”: e con questa massima, pronunciata con la solennità di un editto, ha inizio il nostro viaggio con ViaggieMiraggi, tour operator che ha fatto della sostenibilità e dell’impegno sociale la propria bussola. Il referente campano è Progetto Uomo, onlus fondata da Luigi Saccenti, ex presidente del tour operator stesso. Una scelta coerente. Preciso che non racconterò tutto quello che abbiamo visto e fatto, dovete andarci voi e sperimentare.
La nostra guida di oggi è Monica, e fin dal primo momento è chiaro che non siamo qui per fare foto alle pizzerie. Siamo in venti, gruppo compatto, e lei ci accoglie con un avvertimento liberatorio: “Godetevi la giornata, lasciate perdere le cartine.” Con la metropolitana – la Linea 1, che scende profonda sottoterra come un pensiero e risale lentamente alla luce – si raggiunge Vanvitelli dal caos di Garibaldi. Monica la sintetizza con grazia: “Napoli è una città di luce, ma anche di ombre.” Difficile aggiungere altro.
Il caffè, la pizza e il giocattolo sospeso
Prima di tutto, però, bisogna poi sapere una cosa: a Napoli il caffè si beve dopo l’acqua. L’acqua serve a sciacquarsi la bocca; berla dopo il caffè significherebbe che non è piaciuto. Ed esistono tre pilastri della civiltà napoletana: il caffè, la pizza e il giocattolo sospeso, pagati in anticipo per chi non può permetterselo. Un sistema di welfare ante litteram.
Certosa di San Martino: il museo che la città dimentica di citare

Vomero: Castel Sant’Elmo e Certosa di San Martino © Maddalena Stendardi
Sul Vomero, accanto al massiccio Castel Sant’Elmo, la Certosa di San Martino se ne sta con una certa discrezione, poco frequentata dalle guide turistiche mainstream. Eppure, è il museo della città. Fondata nel 1325 da Carlo di Calabria, ha attraversato sette secoli trasformandosi da severo monastero gotico in uno degli esempi più raffinati del barocco italiano. Dall’esterno non impressiona, ma è esattamente il tipo di posto che ripaga chi si fida.

Certosa di San Martino: il chiostro Grande © Maddalena Stendardi
Vale il viaggio anche solo per la veduta dalla Loggia del Priore: il Vesuvio, il Monte Somma, il mare, Capri, Piazza del Plebiscito, Spaccanapoli… tutto lì, a portata di sguardo. All’interno, il Chiostro Grande, il Parlatorio, la sala del Capitolo dove si ascoltava ma non si poteva parlare – da cui deriva il modo di dire “non avere voce in capitolo” – e le cucine che ospitano, tra gli altri, il celebre Presepe Cuciniello, con un impianto luminoso che simula le ore del giorno e della notte con una cura quasi cinematografica.
Quartieri Spagnoli: rigenerazione con il cioccolato

Largo Maradona Quartieri Spagnoli © Maddalena Stendardi
Se li si guarda sulla cartina, sembra una scacchiera formata da un dedalo di minuscole strade. Sono i Quartieri Spagnoli, delimitati a est da via Toledo, e qui la città cambia pelle. Li si raggiunge tramite la Pedamentina, la scalinata panoramica di 414 gradoni lunga 700 metri che unisce la Certosa a corso Vittorio Emanuele, offrendo una vista spettacolare su Spaccanapoli, il golfo e il Vesuvio. Vie strette, edicole votive, botteghe e murales… quello di Maradona veglia su una piazzetta come un’icona laica, il che, a Napoli, è quasi una tautologia. Non può mancare il vicolo del mito indiscusso, il principe Totò. Dai balconi scendono ancora i panieri, sistema di consegna a domicilio inventato secoli prima del food delivery e tuttora molto efficiente. Tutto da vedere per rimanere stupiti, sul serio!
La storia sotto alla chiesa
Piazza San Gaetano è uno di quei posti in cui la città si legge tutta in una volta. All’incrocio tra via San Gregorio Armeno, la celebre via dei presepi, e via dei Tribunali, sorge il complesso di San Lorenzo Maggiore. Una chiesa che, a guardarla, racconta già una storia doppia: la facciata è rigorosamente barocca, ma dietro si nasconde un’anima gotica, più silenziosa e verticale. Dentro, oltre alla navata, ci si imbatte nella Sala Capitolare decorata a grottesche e nella Sala Sisto, con i suoi affreschi del XVII secolo. Roba che, da sola, varrebbe già la visita. Ma il bello vero è sotto. A dieci metri di profondità, il sottosuolo ha restituito qualcosa di straordinario: la Neapolis Sotterrata, un foro romano del I secolo d.C. rimasto lì, paziente, per secoli. Botteghe in cui si comprava e si vendeva, si lavorava, si contrattava. Un forno. Vasche per tingere i tessuti. E poi il criptoportico, una sorta di mercato coperto, con banconi in muratura su cui probabilmente si disponevano pesce, frutta, verdura, carne. E infine l’erarium, la banca, dove la città custodiva il suo tesoro.
Un chiostro sociale

Ipazia d’Alessandria dello street artist MP5 sulla facciata esterna del Centro Donna in via Concezione Quartieri Spagnoli © Maddalena Stendardi
In un ex istituto francescano a Montecalvario è nata nel 2023 FOQUS ETS – Fondazione Quartieri Spagnoli, un progetto di rigenerazione urbana che merita attenzione. Al suo interno, Quostro è bar e ristorante a km zero, filiera corta, completamente alcol free. Ma FOQUS è anche altro: i giovani Argonauti imparano un mestiere, sperimentano il lavoro, costruiscono fiducia in se stessi lontano dalle retoriche del riscatto. Su Amazon si trova persino il loro Monopoli dei Quartieri e una tavoletta di cioccolato che riproduce non i soliti rettangoli separatori, ma la pianta ortogonale del quartiere. Il messaggio è sottile e preciso: il territorio come identità, non come folklore.

Un vicolo nei Quartieri Spagnoli © Maddalena Stendardi
In piazza del Gesù, O’ Munaciello è una trattoria-pizzeria vivace che racconta la tradizione partenopea tra pizze cotte a legna e grandi classici come pasta e patate con provola, polpette al ragù, paccheri con i lupini, sfogliatella e babà al rum. Nella stessa piazza, e della stessa proprietà, Annarè offre cucina di tradizione partenopea ma un po’ più elaborata. All’interno del ristorante si trova il primo pianoforte di Pino Daniele, la cisterna del palazzo, il pozzo “del monacello” e opere dell’artista Mario Iaione: insomma, il locale è una piccola Napoli sotterranea e artistica.
MUDD: quando il museo esce dalla teca

Basilica Santa Restituta © Maddalena Stendardi
Nel centro, il MUDD – Museo Diocesano Diffuso – ha un’idea semplice e potente: riaprire ciò che era chiuso. La cooperativa di quaranta ragazzi, più quaranta tirocinanti, sostenuta dalla Fondazione Napoli C’entro, ha recuperato chiese dimenticate e le propone con visite guidate a offerta libera. Sono loro a illustrare il Duomo, dedicato a Santa Maria Assunta, il cuore del percorso. Che custodisce le reliquie di San Gennaro, il cui sangue si scioglie tre volte l’anno con puntualità miracolosa, unico vero rispetto della precisione in città. San Gennaro, peraltro, non ha mai messo piede a Napoli in vita: nato nel 270, morì decapitato nel 350 altrove. Napoli lo ha adottato comunque, con quella generosità assoluta che riserva ai santi come ai forestieri. D’altra parte, ha oltre cinquanta santi protettori, quindi c’è margine.

Cupola battistero San Giovanni in Fonte © Maddalena Stendardi
Il Duomo, di epoca angioina, è a croce latina con tre navate e ha inglobato all’interno la Basilica di Santa Restituta, martire nordafricana, che è la prima cattedrale di Napoli, risalente al IV-V secolo. La chicca: il Battistero di San Giovanni in Fonte, annesso al Duomo, è il più antico dell’Occidente, i mosaici del IV-V secolo sono i più importanti dell’Italia meridionale, e la maggior parte dei visitatori li ignora completamente.
Un altro murale attira l’attenzione in piazza Crocella: a firma dello street artist Jorik è il ritratto di San Gennaro con il volto di un giovane operaio amico dell’artista, per avvicinare il popolo al culto del Santo.
Le anime pezzentelle e il culto dei teschi

Il culto delle “anime pezzentelle” in un’edicola votiva © Maddalena Stendardi
In via dei Tribunali, la chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio, nota come Capuzzelle, ospita uno dei riti più straordinari e fraintesi di Napoli. Un ipogeo settecentesco, nato per dare degna sepoltura a tutti, divenne il luogo dove le donne adottavano i teschi degli sconosciuti: li lavavano, li lucidavano, chiedevano loro di intercedere per le grazie. Quando la grazia arrivava, l’anima del teschio, finalmente riconosciuta, poteva andare in paradiso. Il culto è sopravvissuto fino al terremoto del 1980. Tra i teschi, quello attribuito a Santa Lucia, protettrice degli occhi e degli innamorati, è il più corteggiato. C’è, in tutto questo, una logica di scambio e cura che nessun algoritmo di raccomandazione ha ancora saputo eguagliare.

Cicciotto prepara la limonata “a cosce aperte” © Maddalena Stendardi
Per una pausa effervescente, bisogna provare una limonata a cosce aperte dall’acquafrescaio Cicciotto in via San Biagio ai Librai: acqua frizzante, bicarbonato e limone, che alla mescita tende a traboccare dal bicchiere, obbligando il bevitore ad allargar le gambe per non sporcarsi i pantaloni. Niente di osceno.
Respiriamo Arte: il restauro come atto civile
Poco distante, la chiesetta di Santa Luciella (vico Santa Luciella) dedicata a Santa Lucia, e il complesso dei Santi Filippo E Giacomo in via San Giacomo dei Librai, raccontano un’altra storia di restituzione. L’associazione Respiriamo Arte, nata nel 2013, ha recuperato entrambi i siti con finanziamenti privati e una dose considerevole di cocciutaggine. Le visite guidate finanziano i restauri.
Nell’ipogeo di Santa Luciella si trova il celeberrimo teschio con le orecchie, dettaglio sconcertante, come si conviene a un cranio che ha evidentemente molto da ascoltare, perfettamente in linea con il culto delle “anime pezzentelle”.
Nella chiesa dei Santi Filippo e Giacomo un gruppo di giovani studiosi ha portato alla luce una zona archeologica inedita: resti di mura in opus reticulatum e probabilmente di una domus romana, e un ipogeo con un altare misterioso, sotto un pavimento a gigli borbonici. La chiesa era della corporazione della seta: a Napoli l’arte della seta, inizialmente proveniente da Campania, Abruzzo e Calabria, fu introdotta dagli ebrei nel VI-VII secolo. Nel 1477 con Ferrante d’Aragona nacque la potente corporazione, il cui stemma raffigura tre fusi che rappresentavano Napoli, Amalfi e Reggio Calabria. Tra il XVI e il XVII secolo la seta di Napoli, lavorata a mano, era una delle manifatture più importanti d’Europa, e il suo commercio fu fondamentale per l’economia del regno borbonico.
L’oasi che non ti aspetti

Napoli, Palazzo Venezia (da sito)
A pochi metri da Piazza del Gesù, Palazzo Venezia, donato dalla Corona napoletana alla Serenissima nel 1412 come residenza consolare, ospita oggi l’associazione culturale PA•VE, attiva dal 2011 nella valorizzazione del patrimonio artistico cittadino. Il suo giardino storico, con la casina pompeiana, è una delle rare oasi verdi del centro: musica, teatro, danze popolari, cartapesta, laboratori per le scuole. E cene-spettacolo nella casina, per chi vuole unire la cultura alla tavola con una certa grazia.
Il Modello Sanità

Rione Sanità: Palazzo dello Spagnolo © Maddalena Stendardi
C’è un quartiere a Napoli che, per molto tempo, aveva una reputazione che lo precedeva e non era quella dei salotti bene. Eppure, da una ventina d’anni, qualcosa si è incrinato in quella narrativa. Merito, in buona parte, di un prete. Nel Rione Sanità, adagiato ai piedi di Capodimonte e a un passo dal centro storico, Don Antonio Loffredo ha fatto cose che sembrano uscite da un romanzo: ha aperto una palestra di boxe nella sacrestia di una basilica, dove i ragazzi del quartiere si allenano gratuitamente con gli istruttori delle Fiamme Oro. Ha fondato la Comunità San Gennaro, attorno alla quale sono germogliate cooperative e associazioni. Il cosiddetto Modello Sanità è semplice nella forma e rivoluzionario nella sostanza: si riaprono gli spazi abbandonati, si creano occasioni di lavoro, di formazione, di vita. Due orchestre per i giovani talenti, laboratori di riciclo, progetti educativi. Un quartiere che non aspettava di essere salvato, stava imparando a salvare se stesso.
Inclusione a 360°

Rione Sanità: Santa Maria Maddalena ai Cristallini © Maddalena Stendardi
La chiesa di Santa Maria Maddalena ai Cristallini ha vissuto più di una vita. Costruita nel 1851, ha incassato i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale e il terremoto dell’Irpinia del 1980. Poi, il lungo silenzio. Fino all’agosto del 2023, quando il progetto Luce al Rione Sanità l’ha restituita alla città, e che restituzione!
L’interno è dipinto dai giovani del rione in 25 tonalità di azzurro, sfumature dei lapislazzuli, quelle che fanno pensare alla preziosità, al mare nelle giornate in cui il mare è davvero bello. Gli artisti Tono Cruz e Mono González hanno firmato i murales; la fotografa Giuliana Conte ha disseminato le pareti di ritratti fluttuanti degli abitanti del rione che ti guardano mentre cammini. E l’altare? È la prua di una barca di migranti. Le sedie sono ricavate dai legni di quelle stesse imbarcazioni arrivate a Lampedusa. Da quei legni è nata anche una scuola di falegnameria e liuteria. È difficile stare in questo spazio senza sentire il peso e insieme la leggerezza di ciò che racconta. Anche l’Andrea Bocelli Foundation è qui, al lavoro con la Fondazione San Gennaro nel progetto Voices of Napoli, per avvicinare i giovanissimi del rione al canto e alla musica. Il talento, a Napoli, non è mai stato il problema.
Palazzi ad ala di falco e fiocchi di neve

Rione Sanità: Palazzo Sanfelice © Maddalena Stendardi
In via dei Vergini, intanto, vale la pena alzare lo sguardo, e poi alzarlo ancora. Qui si trovano due dei palazzi più scenografici della città: Palazzo dello Spagnuolo e Palazzo Sanfelice, risalente al 1738, che prende il nome dall’architetto che l’ha progettato. Capolavori barocchi con scale aperte a doppia rampa, la cui forma richiama ali di falco che si dispiegano sul cortile. Sopra le porte delle abitazioni, le famiglie che vi risiedevano erano immortalate in bassorilievo, un po’ come le targhe sui muri di oggi, ma con più stucco.
Sul marciapiede di fronte, però, non si può, non si deve, passare oltre senza fermarsi da Poppella. Ciro Scognamillo, nipote dei fondatori della storica pasticceria, ha inventato il Fiocco di Neve: una brioche ripiena di crema di ricotta di pecora, latte fresco e zucchero a velo. Una cosa semplice, apparentemente. In realtà, una di quelle cose che si ricordano. E c’è di più: durante un momento difficile per la sua famiglia, Ciro ne regalò 3.000 a ragazzi disabili. Da quel gesto, racconta lui stesso, la sua attività ricominciò a fiorire. Napoli, a volte, funziona così.
Marmi parlanti

Chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi: Jago Museum © Sandra Gallimbeni
Nella chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi si è installato lo scultore Jago (al secolo Jacopo Cardillo) che in marmo Danby ha creato opere capaci di trasmettere significati che le parole faticano a raggiungere. Oggi lo spazio è diventato lo Jago Museum e la descrizione, credetemi, non rende. Bisogna andarci. Le visite sono guidate dalla Cooperativa La Sorte, che si occupa da anni della valorizzazione sociale e culturale del territorio: guide preparate, appassionate, capaci di farti sentire ospite e non turista.
Un’altra opera di Jago, Il Figlio velato, si trova nella vicina Cappella dei Bianchi della Basilica San Severo Fuori le Mura, vescovo della città nel IV secolo a.C. Anche qui, lasciate che siano le guide della Cooperativa La Sorte a raccontarvela: alcune storie funzionano meglio dette a voce, davanti all’opera, con Napoli fuori dalla porta. La Basilica ospita l’orchestra giovanile Sanitansemble e lo studio di registrazione Apogeo Records.

Basilica di San Severo Fuori le Mura, Cappella dei Bianchi: Figlio Velato di Jago © Maddalena Stendardi
E a proposito di simboli: la Pizzeria Oliva -Concettina ai Tre Santi, in via Sanità, è un altro capitolo di questa storia di riscatto. Ciro Oliva, quarta generazione, ha ideato la Pizza Sospesa, per i bisognosi del quartiere. La sua creatività non è passata inosservata: Massimo Bottura gli ha dedicato uno stuzzico nel menu dell’Osteria Francescana di Modena, chiamandolo Omaggio a Ciro Oliva. Se siete confusi o indecisi sulla scelta, consiglio di provare la pizza Costiera: mozzarella fiordilatte, limoni di Sorrento, pepe. Fresca, profumata, esattamente l’esprit del luogo dove nascono le materie prime.
Il Rione Sanità ha bisogno di essere visitato con calma, con curiosità, con la disponibilità a ricredersi.
Pompei e Oplontis: il Vesuvio non ha chiesto permesso

Pompei. Questa targa commemora il passaggio di Johann Wolfgang von Goethe a Pompei, che riporta una riflessione tratta dall’opera Viaggio in Italia © Maddalena Stendardi
Il 24 agosto del 79 d.C. Pompei smette di essere una città e diventa un’istantanea. Cenere, gas, e tutto si sigilla: gli edifici, i graffiti sui muri, i resti di un pasto lasciato a metà, i marchi di fabbrica incisi sulla pietra, i calchi dei corpi nel preciso attimo della morte. Un museo che non ha mai smesso di stupire, perché gli scavi continuano a restituire segreti.
La si raggiunge da Porta Nolana con la Circumvesuviana in direzione Sorrento. Prenotare biglietto e ingresso è fortemente consigliato, ma occhio: Pompei non è per chi cerca la quiete contemplativa. Qui sciamano fiumane di visitatori da ogni angolo del mondo, si formano code davanti a una singola stanza, a un frammento di affresco. Per vedere con calma un mosaico bisogna essere tattici. Il momento meno ostile? Novembre infrasettimanale, ma solo se non ha piovuto, perché le lastre delle strade antiche diventano insidiose come piste da pattinaggio.

Foro di Pompei © Sandra Gallimbeni
Vale la pena sapere che prima dell’eruzione del vulcano, i Pompeiani avevano avuto i loro segnali: i pozzi si erano prosciugati, le porte non chiudevano più bene, la selvaggina era sparita dalla montagna. Ma il Vesuvio era considerato una montagna verdeggiante e tranquilla. Nessuno conosceva il significato di quegli avvertimenti. Fu fatale.
Per chi vuole respirare la stessa storia senza la folla, c’è una deviazione che vale il viaggio: gli scavi di Oplontis e la Villa di Poppea a Torre Annunziata. Meno conosciuta, molto meno affollata, eppure straordinariamente bella e ben conservata. I mosaici e i dipinti mostrano una padronanza della prospettiva e della natura morta che lascia senza parole: un senso dello spazio illusivo, raffinato, che il Rinascimento avrebbe poi codificato scientificamente secoli dopo. Anche Oplontis fu sepolta dall’eruzione del 79 d.C., insieme a Pompei ed Ercolano.

Oplontis: Villa di Poppea © Sandra Gallimbeni
Prima o dopo la visita, una sosta obbligata: DocSicil-Oplontis, in via Sepolcri 26, proprio accanto all’ingresso degli scavi. Cucina locale, casalinga, buona. E acquisti gastronomici tipici da portare a casa.
Guide, non ombrellini

Immagine generata con AI
Sara, Monica e Giusi. Tre nomi che, alla fine del viaggio, suonano come quelli di amiche di lunga data. Insieme a Luigi, sono loro ad accompagnare il gruppo negli itinerari di ViaggieMiraggi, lasciando rispettosamente il passo ai ragazzi delle diverse cooperative che illustrano chiese e palazzi recuperati. E qui bisogna capire una cosa fondamentale: non sono guide nel senso convenzionale del termine – ombrellino alzato, drappello che segue, arrivederci alla prossima tappa.
Innanzitutto, sono sempre in coppia. Pranzano con te. Vivono il viaggio con te. Se hai bisogno, cambiano percorso senza batter ciglio. Se trovano una porta chiusa, inventano un’alternativa nel tempo di un respiro. È molto di più. della professionalità. Un esempio di come vanno oltre? Giusi, alla fine del percorso, ha offerto a ognuno di noi un “dono esperienziale” creato da lei con stoffe recuperate: il dettaglio che trasforma una visita in un ricordo.
È una rete umana che si tesse giorno dopo giorno, un filo sottile che collega il viaggiatore ai luoghi, ai progetti sociali, alle persone che li animano.
Il gruppo, alla fine, diventa qualcosa di simile a una di quelle famiglie allargate, un po’ improvvisate, che funzionano proprio perché nessuno ha scritto le regole. E nessuno viene lasciato solo fino al rientro a casa propria.
Il momento più bello, mi dicono le guide, è quando le cercano di nuovo, perché quel legame non si è sciolto. L’entusiasmo, nonostante la fatica, viene sempre prima del profitto. Fatto sta che si vede.
Un viaggio che non finisce alla fermata

Il paniere viene calato dall’alto per essere riempito della spesa. L’antenato del Food delivery © Sandra Gallimbeni
Torno al punto di partenza: “A Napoli, mai la precisione”. Un assioma, una legge non scritta, una filosofia di vita elevata a sistema. Per chi viene da Milano, dove persino i caffè sembrano cronometrati, questo può generare una certa… inquietudine esistenziale. Ma forse il problema è mio.
Ci sono tour operator che vendono itinerari. E poi c’è ViaggieMiraggi, che vende qualcosa di più difficile da impacchettare: uno sguardo. L’altra Napoli, in questo caso. I Quartieri Spagnoli dove una fondazione ha trasformato un ex convento francescano in un laboratorio di futuro, il quartiere Sanità dove i ragazzi hanno riaperto chiese dimenticate e le raccontano a offerta libera, una chiesetta in via dei Tribunali dove le donne lavavano i teschi degli sconosciuti in cambio di una grazia, e la grazia, spesso, arrivava.
Il terzo settore, qui, è la trama del viaggio. Il risultato è un’esperienza che si deposita, non si consuma. Torni a casa con qualcosa in più di qualche foto e una bottiglia di limoncello: torni con nomi, facce, storie. Con la sensazione di aver capito un pezzo di città che i tour standard non mostrano e probabilmente non vogliono nemmeno farlo.
Il ritmo è stato sostenuto, vivace, quasi di corsa alla fine. Napoli è impossibile da contenere in una cartina, in un articolo, in un paio di giornate. Fa vedere il suo bello e il suo brutto, senza pietà. È un grosso impatto emotivo. Ci tornerò. Perché Napoli ha questo dono raro: sorprenderti, soprattutto quando non te lo aspetti. E ci sono ancora troppe facce di questa città che non ho visto, troppi angoli che mi vogliono ancora stupire.
La precisione, in fondo, può aspettare.

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